pressioni sul cambio

Fed, dazi e Pil: le tre incognite sullo yuan

di Gianluca Di Donfrancesco


4' di lettura

Un po’ di tregua per il renminbi e per la Banca centrale cinese (Pboc): dopo aver perso quasi il 10% sul dollaro tra marzo e novembre del 2018, la “moneta del popolo” si è stabilizzata, permettendo alla Pboc di sospendere l’attività di sostegno del cambio a colpi di riserve valutarie (scese di quasi 34 miliardi a ottobre) e controlli di capitale. L’anno si è così chiuso con una flessione del 5,3%. Il periodo di grazia rischia però di avere vita breve, complici la frenata dell’economia e le scelte della Federal Reserve Usa: la dinamica di fondo punta ancora verso la barriera simbolica di 7 yuan per un dollaro (attualmente il cambio viaggia sotto quota 6,9), anche se molto dipenderà dalla forza dell’economia Usa e della sua moneta.

Nei mesi scorsi, la pressione sul renminbi è stata alimentata soprattutto dalla guerra dei dazi (e per l’egemonia tecnologica) tra Usa e Cina e dai rialzi della Fed. La duplice spinta ha perso impulso a dicembre, per il fragile armistizio commerciale tra le superpotenze e l’apparente maggior cautela della Banca centrale Usa. «Tutto dipende dai mercati», afferma Fabiana Fedeli, Global Head of Fundamental Equities di Robeco: «Se ci aspettiamo che il dollaro abbia più o meno raggiunto il suo picco e se la guerra commerciale si risolve in modo soddisfacente anche per la Cina, non vedo forti pressioni al ribasso nel breve periodo». Il discorso cambia spostando l’orizzone al medio-lungo termine: «Credo che la Pboc - afferma Fedeli - sarà disposta a lasciar rompere la barriera di 7 yuan per un dollaro, il numero magico che finora ha difeso a tutti i costi. In modo graduale, senza consentire una caduta significativa e brusca, però. Se si guarda al comportamento tenuto finora dalla Banca centrale, la stabilità monetaria risulta infatti una delle priorità». In ogni caso, secondo Fedeli, la Pboc «lascerà che sia il mercato a decidere la direzione del renminbi».

Quello che sembra proprio mancare, sostiene Fedeli, è infatti la volontà di pilotare lo yuan al ribasso: «La moneta è anche un simbolo, una grossa svalutazione avrebbe, per i cinesi, effetti molto negativi sulla percezione della propria economia a livello mondiale. Cosa che l’attuale amministrazione assolutamente non vuole. È importante per le autorità far vedere che la Cina rimane un’economia forte. E quindi, avere una moneta stabile assume un valore che non è paragonabile al limitato beneficio sui flussi commerciali che ci si potrebbe aspettare da una svalutazione». Quest’anno, peraltro, ricorre il 70° anniversario della Repubblica popolare cinese.

L’analisi di Fedeli è in linea con quella degli analisti e operatori di settore, come Donald Amstad, Head of Asia Pacific Investment Specialists di Aberdeen Standard Investments: «A differenza di molti mercati emergenti, la Cina non è più un produttore di beni d’esportazione a basso costo. Ormai compete in primo luogo sul know how tecnologico. Gli stessi stipendi non sono più così bassi, rispetto ad altri Paesi in via di sviluppo. Perciò, crediamo che la Pboc vorrà evitare quanto accaduto qualche anno fa, quando il brusco deprezzamento del renminbi portò a bruciare quasi mille miliardi di dollari di riserve valutarie».

Il prezioso tesoro della Pboc (le riserve valutarie) è passato da 400 a quasi 4mila miliardi di dollari tra il 2003 e il 2014. Poi, l’11 agosto del 2015 ci fu il deprezzamento dell’1,9% del renminbi e l’adozione del nuovo sistema di cambio, così mal comunicato e mal compreso dai mercati da costringere la Pboc a spendere 500 miliardi di dollari nei successivi 10 mesi per sostenere la moneta. Oggi, le riserve valutarie galleggiano poco sopra i 3mila miliardi, l’8% degli asset finanziari denominati in renminbi: metà del livello del 2008. Ulteriori erosioni potrebbero danneggiare la credibilità della moneta.

«Uno yuan debole faceva comodo alla Cina quando inondava i mercati di giocattoli, scarpe e abbigliamento a basso costo», scrive in «Red Flags: Why Xi’s China Is in Jeopardy» George Magnus, professore associato dell’Oxford University’s China Centre. «Ma quei tempi - continua l’economista - sono passati. Queste esportazioni ora arrivano da Vietnam, Cambogia, Bangladesh: già nel 2016 abbigliamento, calzature e altri prodotti ad alta intensità di lavoro valevano solo il 16,5% delle esportazioni cinesi». Prezzi bassi e tassi di cambio, continua Magnus, non bastano a società come Huawei, Zte, Lenovo per competere sui mercati globali.

«Ciò detto - afferma Amstad - la Pboc continuerà a permettere movimenti graduali, coerenti con l’attuale politica di allentamento monetario per attenuare la frenata dell’economia». Lo yuan potrà «deprezzarsi rispetto a un dollaro forte, ma in modo meno brusco, per esempio, dell’euro», proprio a causa delle restrizioni sui movimenti dei capitali. «Una escalation della guerra tecnologica tra Cina e Usa - aggiunge Amstad - potrebbe innescare ulteriore volatilità su molte valute, ma la Pboc cercherà di stabilizzare il renminbi, per ridurre il rischio di fuga di captali».

«Più che della debolezza dell’economia cinese - spiega ancora Fedeli - lo yuan risentirà delle pressioni esercitate dai capitali in uscita. Anche se poi i due fenomeni sono collegati: se l’economia cinese si indebolisse rispetto alle altre economie mondiali, le società cinesi sarebbero spinte ad aumentare gli investimenti all’estero».

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