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Fed e Bce su strade sempre più divergenti

di Walter Riolfi

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2' di lettura

Se siano state le parole di Mario Draghi o piuttosto i buoni dati macro americani a determinare il rialzo del dollaro e dei rendimenti dei Treasury è argomento controverso: anzi, una questione del tutto dipendente dai diversi punti di vista. Secondo gli operatori statunitensi, in particolare quelli per cui l'eurozona è destinata a dissolversi, l'indebolimento dell'euro sarebbe la conseguenza della riaffermata, ultraespansiva politica monetaria della Bce. Secondo gli europei, tutto sarebbe invece dipeso dalla confermata forza dell'economia americana e dalle lusinghe suscitate dalla (presunta) rivoluzione promessa da Trump.

È probabile che abbiano ragione i secondi, poiché il dollaro, dopo un iniziale balzo sull’euro, è finito in serata vicino ai livelli di mercoledì e perché i rendimenti dei Treasury hanno proseguito il rialzo che, per il titolo a 10 anni, si misura in 6-7 centesimi (al 2,49%). E, in ogni caso, la valuta americana s’è rafforzata ben più sullo yen che sull’euro. Ne consegue che le scommesse sui tassi d’interesse, come si ricava dall'andamento dei future sui Fed Funds, vedono ora accresciute le probabilità di due strette monetarie per fine anno: la prima, par di capire, già a giugno. Di contro, i rendimenti dei titoli di Stato europei sono rimasti stabili, così come invariato è lo spread del BTp sul Bund.

Infatti le parole di Draghi sono suonate come ci si aspettava e quell’accenno ai rischi di un rallentamento economico in Europa nei prossimi mesi pare fatto apposta per giustificare una politica monetaria che resterà espansiva, quanto meno fino a dicembre. E, siccome i diversi punti di vista funzionano anche all'interno della stessa Europa, quell’accenno è parso inopportuno agli uomini della Bundesbank, come a politici e banchieri tedeschi, i quali semmai hanno posto l’enfasi sulla più alta inflazione in Germania (tuttavia ancora lontana dall'obiettivo del 2% fissato dalla Bce) e sul buon andamento dell'economia dell’eurozona, che crescerebbe oltre le aspettative, come segnala l'indice Pmi composito salito a 54,4, il livello più alto da quasi sei anni.

Ai massimi da 26 mesi si muove anche l’economia americana (area di Filadelfia), mentre i sussidi di disoccupazione sono scesi ai minimi degli ultimi 44 anni e l’avvio di nuove case è tornato ai livelli dell’ottobre 2007. A prescindere dall’effetto Trump, l’economia Usa pare crescere a ritmi superiori alla media degli ultimi 7 anni. La forza del dollaro rispecchia questa realtà e sarà interessante vedere come il nuovo presidente tenterà di frenare la corsa della valuta.

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