ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLa riunione del Fomc

Fed: tassi fermi, ma inflazione al 2,4% a fine anno. Forte revisione al rialzo delle stime di crescita

di Riccardo Sorrentino

Il presidente della Federal Reserve Jerome Powell

3' di lettura

Tassi fermi. Acquisti di titoli confermati in 120 miliardi al mese, dei quali 80 destinati ai T-Bond. Condizioni finanziarie ancora giudicate accomodanti, malgrado il deciso rialzo dei rendimenti. Il comunicato emesso al termine della riunione di marzo del comitato di politica monetaria della Federal Reserve non rivela - come era del resto ampiamente atteso - un cambiamento di rotta.

Cambia, inevitabilmente, la diagnosi dell’economia, ma dopo aver segnalato il rallentamento dell’attività, la Fed già intravvede segnali di ripresa, anche se i settori che sono stati più severamente colpiti dall’epidemia restano «deboli».

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La novità arriva piuttosto dalle proiezioni economiche, che segnala una forte revisione al rialzo del pil per il 2021: 6,5% rispetto al 4,2% di dicembre, mentre vengono confermate le previsioni per gli anni successivi (+3,3% dal +3,2% nel 2022, +2,2% dal +2,4% per il 2023). Di conseguenza è stato rivisto al ribasso anche il tasso di disoccupazione per quest’anno (4,5% dal 5%) e al rialzo l’inflazione (2,4% dall’1,8%), che però dovrebbe rientrare verso l’obiettivo del 2% negli anni successivi. Il ritorno all’attività - ha spiegato il presidente Jerome Powell in conferenza stampa - porterà a nuove pressioni sui prezzi, soprattutto se si dovessero verificare problemi sul lato dell’offerta, ma «questi aumenti una tantum dei prezzi avranno verosimilmente solo effetti transitori sull’inflazione».

Anche i “dot”, che segnalano le intenzioni dei singoli banchieri centrali sull’andamento futuro dei tassi, non lasciano prevedere un cambiamento di orientamento. I valori mediani non sono cambiati e continuano a puntare a tassi fermi per tutto il 2021, il 2022 e il 2023, anche se per quest’ultimo anno la media - che risente maggiormente dei valori estremi - registra un minimo incremento. Anche il valore d’equilibrio dei tassi - la previsione di lungo periodo - è rimasto fermo al 2,5 per cento.

«L’orientamento della politica monetaria - ha aggiunto Powell - resta molto accomodante mentre la ripresa prende slancio». Non è tempo, quindi, per parlare di un tapering, una graduale riduzione degli acquisti di titoli: «Non ancora», ha risposto il presidente a una esplicita domanda. Un simile cambiamento di politica sarebbe inoltre comunicato in anticipo dalla Fed, ha spiegato il presidente.

La Federal reserve immagina quindi, per il piano Biden - che ha molto allarmato diversi economisti - il classico effetto previsto da una politica di espansione fiscale: una fiammata dell’attività e dei prezzi, seguito da un ritorno - in questo caso anche piuttosto rapido - verso la tendenza di lungo periodo dell’economia che non cambia. Il nuovo piano fiscale prevede del resto solo una quota limitata di risorse, 325 miliardi su un totale di 1.900, destinate a investimenti che, nel tempo, potrebbero altrimenti - ma solo marginalmente, tenuto conto delle dimensioni dell’economia Usa - modificare la crescita potenziale.

Al contrario di quanto è avvenuto a Francoforte, nella riunione della Bce di giovedì 11 marzo, il presidente Jerome Powell ha quindi scelto di non fare alcun intervento verbale per “calmare” i mercati e allineare la tendenza dei rendimenti all’orientamento molto espansivo della politica monetaria. Un scelta non del tutto ingiustificata: è vero che le condizioni finanziarie - che riassumono la situazione di tutta la cinghia di trasmissione dell’economia - restano nel complesso molto accomodanti; mentre le aspettative di inflazione, centrali per dare ai prezzi la tendenza “desiderata”, sembrano comunque ancorate, malgrado il rialzo e confermano la credibilità nella Federal reserve: non si allontanano troppo dall’obiettivo del 2% “medio”.

È però indubbio - in coerenza con quanto ha segnalato Olivier Blanchard, ex capoeconomista del Fondo monetario internazionale che prevede non un «surriscaldamento», ma un «incendio» sui prezzi - che il mix di una politica monetaria espansiva, una politica fiscale molto generosa, extra risparmi delle famiglie che presto potrebbero andare alla ricerca di beni da acquistare e qualche possibile collo di bottiglia nell’offerta richiederebbe un elemento riequilibratore. La Bce, giustamente più allarmata e in una situazione decisamente diversa, ha scelto di farlo, la Fed vi ha rinunciato.

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