Falchi & colombe

Fed, troppi sgambetti rischiano di fare danni

di Donato Masciandaro

(Afp)

3' di lettura

La Federal Reserve americana continua a fare sgambetti all’economia e ai mercati, offrendo informazioni opache e fuorvianti sul corso della politica monetaria. È una condotta che produce danni, sia in termini di andamenti macroeconomici, che di tutela della stessa indipendenza della banca centrale rispetto alle ingerenze del presidente Donald Trump. Gli unici a poterne trarre vantaggi sono i burocrati della stessa Fed, a partire
dal suo presidente Jerome Powell.

Nel corso della settimana la banca centrale americana (Fed) ha comunicato le sue decisioni, che possono essere così riassunte: non ci sono cambiamenti nella politica dei tassi, e neppure nella politica della gestione delle operazioni in titoli sui mercati; allo stesso tempo, le probabilità che in futuro ci siano cambiamenti in senso espansivo, ovvero restrittivo, sono identiche. In breve: dalla Fed non sono arrivati né fatti, né parole.

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L’annunzio ha creato disappunto nei mercati. La ragione è semplice: gli annunzi della Fed non consentono agli operatori di comprendere la strategia che la banca centrale adotta nella gestione della politica monetaria rispetto all’andamento dell’economia, inclusa la possibilità di turbolenze non attese. Questo in una moderna economia di mercato è un grave difetto per un banchiere centrale.

L’andamento dell’economia americana condiziona la politica monetaria, ma ne è a sua volta influenzato; per cui la Fed dovrebbe essere trasparente sulle caratteristiche di tale interazione, cioè della cosiddetta funzione di reazione. La funzione di reazione della Fed dovrebbe avere come target sia l’andamento dell’inflazione che quello della disoccupazione, in conformità del suo mandato istituzionale. Nei fatti, il target della Fed è orbo: dal 2012 sappiamo che l’obiettivo della crescita dei prezzi al consumo è pari al due per cento, mentre non sappiamo nulla dell’obiettivo occupazionale. Il target orbo danneggia la formazione delle aspettative, mentre aumenta la discrezionalità della Fed. Ma questo è un danno, perché ne indebolisce il ruolo in presenza di pressioni: da un lato da parte di Wall Street, dall’altro lato da parte del presidente Trump.

Ma il target orbo non è l’unica opacità. Lo scorso autunno il presidente Powell affermò che i tassi erano lontani dal loro livello neutrale - cioè quel livello in cui la politica monetaria non ha bisogno di essere né espansiva né restrittiva - e successivamente sempre lo stesso Powell dichiarò che il sentiero della politica monetaria era guidato da un pilota automatico. Il combinato disposto delle due informazioni lacunose – omissione della definizione del livello dei tassi neutrale con un generico riferimento ad automatismi – fece dedurre ai mercati che il 2019 sarebbe stato un anno di normalizzazione della politica monetaria, sia in termini di aumento dei tassi sia di riduzione della crescita della liquidità.

Agli inizi del 2019 però la Fed compie una inversione a U: sottolineando la debolezza dell’inflazione, fa intendere che il corso della politica monetaria deve divenire espansivo. Nessun impegno istituzionale, ma il messaggio viene mandato attraverso un cambiamento delle previsioni sul futuro andamento delle grandezze macroeconomiche, incluso il livello dei tassi di interesse. E qui siamo all’ennesima opacità, rappresentata dalla differenza tra politica di annunzio di una banca centrale e pubblicazione di previsioni dei singoli membri del consiglio della banca centrale, per giunta anonimi. La politica di annunzio è quella messa in atto per esempio dalla banca centrale europea (Bce): è un impegno pubblico e istituzionale; nulla a che vedere con la strategia attuale della Fed.

E arriviamo all’ennesimo giro di valzer dei giorni scorsi. Quando Powell ci dice che la probabilità di avere una restrizione o una espansione è la stessa, cosa vuol comunicare? Taluno ne ha dedotto che i tassi sono a livello di neutralità, ma non c’è alcuna ragione per crederlo, in assenza di dichiarazioni esplicite in questo senso. In realtà i mercati appaiono in piena sindrome da Delfi: le Pizie parlavano, ma questo non significava capire cosa dicevano. In questi mesi le aspettative sono state spiazzate almeno tre volte. Ma questo non è un problema: la banca centrale può sorprendere i mercati, se l’azione è coerente con la sua funzione obiettivo. È quello che è successo con la Bce in marzo, quando ha annunziato un cambio del suo impegno futuro sui tassi. La funzione obiettivo di una banca centrale deve seguire una regola flessibile: la strategia deve essere chiara, come chiara è la tattica, che cambia quando cambiano i dati macroeconomici. Usando le parole di Powell, la banca centrale deve avere un pilota semi-automatico. La Fed non ha nulla di tutto questo; le sue sorprese non danno informazioni, ma aumentano solo la confusione. L’ambiguità danneggia l’economia ed anche l’indipendenza della Fed; aumenta solo la discrezionalità. Che è quello che piace ai burocrati autoreferenziali. Ce ne sono anche fra i banchieri centrali.

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