Psicoterapia

Federico Fellini e il suo analista Ernst Bernhard

Il grande regista fu uno dei tanti autori e scrittori italiani a frequentare il suo studio di via Gregoriana che si affacciava su Roma e su un mondo che molti temevano

di Rossanda Dedola

(Enrica Scalfari / AGF)

2' di lettura

All'inizio degli anni novanta, in controtendenza con l'ambiente accademico che considerava scientifico il pensiero di Freud, mentre respingeva quello di Jung, intrapresi uno studio sul pensiero junghiano nella letteratura italiana. Un saggio era dedicato alla “Madre-norma” di Andrea Zanzotto. Mi ero messa in contatto con il poeta che mi raccontò della psicoterapia cui si era sottoposto per anni e quando uscì il mio libro, mi suggerì di spedirne una copia a Federico Fellini, cui avevo dedicato alcune pagine.

In Fare un film Fellini diceva che era rimasto abbagliato da Jung, il medico zurighese gli aveva fatto scoprire panorami sconosciuti e nuove prospettive da cui guardare la vita. Era stato il suo analista, l'ebreo tedesco Ernst Bernhard, a farglielo conoscere.

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Ernst Bernhard

Fellini fu uno dei tanti autori e scrittori italiani a frequentare il suo studio di via Gregoriana che si affacciava su Roma e su un mondo che molti temevano. Durante la terapia l'analista si serviva dell'I Ging, il libro dei mutamenti cinese, e questo creava scandalo, alcuni gli consigliarono vivamente di non utilizzarlo. Se lo era portato persino al confino, nel Campo fascista di Ferramonti da cui sarebbe stato deportato in un lager nazista in Germania, se all'ultimo momento l'orientalista Giuseppe Tucci non fosse riuscito a farlo tornare a Roma.

Rimase nascosto per mesi in una camera segreta del suo studio. Scontento della versione italiana dell'I Ging basata sulla versione tedesca di Richard Wilhelm, affidò una nuova traduzione a un suo paziente, Bruno Veneziani, il cognato di Italo Svevo.

Il film di Catherine McGilvray, Fellini e l'Ombra, si immerge nel Libro dei sogni del regista come in un grande mare, un felliniano mare-donna e, alternando finzione, documentario e animazione grazie all'abile montaggio di Silvia Di Domenico, ripercorre il rapporto tra Fellini e il suo analista. Nei panni di una regista portoghese, l'alter-ego di McGilvray cammina sulla spiaggia di Rimini, entra in un enorme studio vuoto di Cinecittà da cui fugge, e giunge infine in via Gregoriana.

Il film insegue le sincronicità che hanno favorito questo incontro straordinario, dal bigliettino trovato in tasca con un numero di telefono che lo mise in contatto con una voce suadente dal forte accento tedesco, al sogno premonitore che gli annunciò la scomparsa di Bernhard.

I disegni animati di Gisella Penazzi

Davanti all'analista che dorme sereno sul letto di morte Fellini riconosce che è stato il suo vero padre. Quando la parola o le immagini si arrestano, i disegni animati di Gisella Penazzi si spingono nel vortice oscuro dove spesso il regista affondava in preda alla depressione. In un'intervista l'analista Nora Trevi D'Agostino suggerisce che il chassidico Bernhard gli aveva permesso di far ordine in un enorme materiale inconscio e di trasformarlo in figure. Ne nacquero 8 e ½ e Giulietta degli spiriti.Io ricevetti una telefonata dal regista, ma non ero in casa. La segreteria telefonica mi comunicò i suoi ringraziamenti soprattutto per il saggio su Zanzotto.


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