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Federico Fellini: un veggente a confronto con la letteratura

In libreria per i tipi di Quodlibet “Nulla si sa, tutto si immagina. Il cinema di Federico Fellini e la letteratura”

di Paolo Sortino

2' di lettura

Un libro che se lo immaginiamo come un piano interseca trasversalmente la sfera del mondo di Fellini. Biografia, opere realizzate e incompiute, sogni del regista sono ugualmente materia di trattazione. Il risultato è un testo organico dalla duplice natura di studio specialistico e di ricognizione generale perfetta per la divulgazione. Troveranno soddisfazione i cultori di entrambe le arti. Arriva da Quodlibet Nulla si sa, tutto si immagina. Il cinema di Federico Fellini e la letteratura a cura di Stefano Prandi (94 pagg., euro 14,00), con testi di Bologna, Cavazzoni, Galbiati, Jori, Lasagni e Maggi.

Letteratura e cinema

Sebbene Fellini diffidasse dell'accostamento tra letteratura e cinema, ritenendo che «ogni opera d'arte vive nella dimensione in cui è stata concepita; trasferirla, trasporla dal linguaggio originario a un altro differente, significa cancellarla, negarla» pure, spiega Maggi «anche le opere cosiddette “originali” (del regista) sono caratterizzate da una spregiudicata disponibilità ad attingere a fonti letterarie» ma ciò prevede, nel caso di Fellini, una «svalutazione preliminare» delle fonti, una fenditura che egli apre in esse per attingere una loro essenza nucleare, una qualche sostanza fusa non ancora solidificata dalla forma.

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L'ispirazione letteraria, così intesa, permea tutta la carriera di Fellini, dall'esordio come autore del romanzo Il mio amico Pasqualino alle collaborazioni con scrittori quali Pinelli, Flaiano, Guerra, Pasolini, Zapponi, Cavazzoni, Dino Buzzati, che torna più volte a chiusura di cerchi mirabili, di influenze reciproche tra i due artisti, come nel saggio di Galbiati. Autori che hanno fatto la storia della letteratura del Novecento, guide per un viaggio iniziatico che Fellini osserva con sguardo obliquo, con giocoso sospetto, per intrattenere con loro un rapporto da “compagni di scuola”, dove il fare scanzonato è necessario per immaginare insieme.

Il fine è chiaro: tenersi lontano dalla parola con l'aiuto di chi della parola è esperto. Fellini ha dato vita a un cinema che fosse, come lo ha descritto Deleuze «cinema del veggente» dove «il personaggio fugge o è inseguito da una visione». Un lavoro simile per intenzione lo ha compiuto solo Carmelo Bene in teatro, ma Fellini lo ha fatto senza pensiero: abbandonare ogni traccia scritta e far parlare il perturbante senza mediazioni. I riferimenti letterari, che sono voci, mormorii, cantilene, che hanno incantato l'immaginario di Fellini sono diversi, ma costantemente presenti fino a stabilire con loro un rapporto telepatico autonomo attraverso un sistema nervoso parallelo, una seconda rete percettiva che sogna a discapito dell'uomo che si limita a pensare; un respiro doppio, astrale, che lo congiunge a Kafka, Poe, Joyce, Ariosto, Dickens, Landolfi, Petronio, Manganelli, Zanzotto, Gozzano per citarne alcuni, e poi a Dante, come una spina dorsale attraversa tutti i saggi a sostegno delle considerazioni sul Mastorna, quel «fantasmone» di opera incompiuta che pure dona grazia e bellezza.

Nulla si sa, tutto si immagina. Il cinema di Federico Fellini e la letteratura, a cura di Stefano Prandi, Quodlibet, 94 pagg., Euro 14,00

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