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Felicità, giustizia e vita in comune. La proposta di Platone

Certamente Platone non esaurisce il tema della giustizia ma ha, non di meno, il grande merito di aver per primo messo a fuoco il problema e formulato secondo Sebastiano Maffettore e Salvatore Veca «le domande fondamentali e ricorrenti per la ricerca sull’idea di giustizia»

di Vittorio Pelligra

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8' di lettura

Strano tipo Zeus. Quando Prometeo ruba il fuoco degli dei dall’Olimpo per donarlo agli uomini, Zeus non la prende bene. Fa incatenare il titano, nudo, sul monte più remoto del Caucaso e vi invia la mostruosa aquila Aithon, con il compito di dilaniare perpetuamente il corpo di Prometeo divorandogli il fegato.

Tanto duramente, però, Zeus se la prende con Prometeo, quanto magnanimo si dimostra, invece, con gli uomini: non solo, infatti, non gli porta via il fuoco, ma incarica Ermes di portare sulla terra altri due beni preziosi: il rispetto e la giustizia.

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Le condizioni necessarie per la stabilità

Nel Protagora, Platone ci racconta che Ermes è confuso e per questo interroga Zeus su come dovrà distribuire questi beni. «Ch’io debba, come furon distribuite le arti, così distribuire anche queste? E le arti furono distribuite così: un solo che possiede la medicina basta a molti che non la possiedono. E così anche gli altri cultori d’un’arte. Devo io dunque distribuire allo stesso modo la giustizia e il rispetto tra gli uomini o distribuirla tra tutti?».

Ermes chiede a Zeus se il rispetto e la giustizia debbano essere distribuite in maniera identica a ciascun uomo oppure, come per le arti, in misura abbondante ma solo ad alcuni in modo che questi possano poi utilizzarle a beneficio degli altri.

Zeus è perentorio nel rispondere «A tutti. e che tutti n’abbiano a partecipare che non potrebbero esistere le città, se ne partecipassero pochi come dell’altre arti». Giustizia e rispetto, fa dire Platone a Zeus, sono condizioni necessarie per la stabilità stessa della vita in comune, della polis, dello Stato. 

Nel Protagora, dialogo platonico giovanile, ci viene detto che la giustizia è condizione indispensabile per la società, ma non ci viene ancora detto in cosa essa, effettivamente, consista. È nel Gorgia, un’opera successiva che iniziano a definirsi meglio i contorni della questione. Qui Socrate critica pesantemente il ruolo della retorica tanto da suscitare la reazione di uno dei partecipanti, Polo, che sostiene invece che i retori possiedono un grande potere di manipolazione e persuasione tale da consentirgli di ottenere tutto ciò che vogliono e per questo di essere felici.

Conseguenze delle azioni

Socrate confuta questa posizione sostenendo che non si può essere veramente felici se non ci si assume la responsabilità delle conseguenze che le nostre azioni hanno su di noi e sugli altri. Un tiranno può fare tutto ciò che gli piace ma non può scappare dalle conseguenze delle sue azioni ingiuste: sarà sospettoso di tutti, perderà gli amici veri e vivrà nella costante paura di essere assassinato. Potrà fare tutto ciò che vuole ma certamente non sarà un uomo felice. La leggenda di Damocle e di Dioniso I tiranno di Siracusa esemplifica bene questo punto. Perché “commettere ingiustizia […] è il maggiore di tutti i mali” afferma Socrate concludendo che certamente non vorrebbe né subire un’ingiustizia né, tantomeno commetterla, ma se “dovessi per forza commetterla o subirla, preferirei piuttosto subirla che commetterla” perché “soltanto chi è onesto e buono, uomo o donna che sia, è felice, e l’ingiusto è malvagio e infelice”. Interviene a questo punto Callicle il quale sottolinea che sono le leggi a definire ciò che è giusto o ingiusto e che queste sono fatte dalla maggioranza dei deboli per via della paura che questi hanno dei più forti. Noi chiamiamo queste azioni “ingiuste”, continua Callicle, ma sappiamo bene che è nella natura delle cose, invece, che è giusto che “il migliore abbia più del peggiore, e il più potente, più di chi può meno”.

Una idea questa, di giustizia, che ritroveremo espressa da Trasimaco nel primo libro della Repubblica, dove a domanda di Socrate su cosa sia effettivamente la giustizia, egli risponde “sostengo che la giustizia non è altro che l’utile del più forte”. “Non sai – continua Trasimaco rivolgendosi a Socrate - che alcuni stati sono governati a tirannide, altri a democrazia, altri ancora ad aristocrazia? - Come vuoi che non lo sappia? [risponde Socrate] - Bene, in ciascuno stato è il governo che detiene la forza, no? - Senza dubbio. - Ma ciascun governo legifera per il proprio utile, la democrazia con leggi democratiche, la tirannide con leggi tiranniche, e gli altri governi allo stesso modo. E una volta che hanno fatto le leggi, eccoli proclamare che il giusto per i sudditi si identifica con ciò che è invece il loro proprio utile; e chi se ne allontana, lo puniscono come trasgressore sia della legge sia della giustizia. In ciò dunque consiste, mio ottimo amico, quello che, identico in tutti quanti gli stati, definisco giusto: l’utile del potere costituito. Ma, se non erro, questo potere detiene la forza: così ne viene, per chi sappia bene ragionare, che in ogni caso il giusto è sempre l’identica cosa, l’utile del più forte”.

Il concetto di giustizia

La giustizia è l’utile del più forte, per Callicle e Trasimaco, ma non per Socrate. Per lui la giustizia è altra cosa è, assieme alla saggezza, una componente dell’armonia. La saggezza è ciò che ci consente di percepire e rispettare i limiti verso sé stessi – quasi una forma di continenza – mentre la giustizia è, invece, il rispetto dei limiti verso gli altri, verso l’equilibrio e la stabilità della vita in comune. Nella Repubblica l’elaborazione platonica intorno al concetto di giustizia raggiunge il suo culmine. E la giustizia, in questo contesto, non è altro che la caratteristica di una polis giusta.

La giustizia del singolo e quella della comunità vanno a coincidere, essendo il primo, cellula costitutiva della seconda. Una società giusta è una società stratificata e differenziata – filosofi, soldati e produttori, nella concezione platonica - nella quale ogni componente esercita le sue virtù, cooperativamente, per la stabilità e il bene della comunità politica. Una giustizia distributiva, dunque, nella quale ad ogni componente della società spetta ciò che merita. Una visione non tanto differente da quelle delle società arcaiche prive di un potere centralizzato come quella dei cacciatori di balene di Lamalera di cui abbiamo parlato la settimana scorsa. Solo società giuste trovano forme di divisione del lavoro sostenibili e durature. L’ingiustizia, la disuguaglianza e l’opportunismo, al contrario, minano alla radice la convivenza tra diversi

Nuove sfide

I problemi per Socrate non sono ancora finiti, però. Nella Repubblica Glaucone è determinato a porre a Socrate nuove sfide. Egli considera tre tipi di beni: i beni che hanno un valore intrinseco, indipendente dai possibili vantaggi che possono derivare dal loro possesso. “Di tal modo – continua Glaucone - sono il provare gioia e tutti quegli innocui piaceri che non comportano nulla in futuro se non la gioia di provarli”. Poi ci sono quei beni che amiamo sia per sé stessi, sia per i vantaggi che ci possono arrecare, “come ad esempio avere intelligenza, vista e salute”. Infine, ci sono quei beni che siamo felici di possedere non per sé stessi, ma esclusivamente per i vantaggi che arrecano, “come fare ginnastica, essere curati in caso di malattia, esercitare la medicina e praticare le altre attività rivolte a far denari […] E in quale poni la giustizia?”, chiede Glaucone.  “Nella migliore – risponde Socrate - quella che chi aspira alla felicità deve amare per sé stessa e per i vantaggi che comporta. Non è certo così che pensa la gente comune. La pongono nella specie dei beni che costano fatica, di quei beni che si devono praticare per avere mercede e buona reputazione, ma che per sé stessi sono da evitare come molesti”. La sfida a Socrate, dunque, è questa: la giustizia non è un bene in sé, ma un mezzo per raggiungere un altro fine. Il giusto si comporta da giusto in maniera strumentale solo per averne vantaggi, onori e coltivare la sua reputazione.

“Nel suo intimo nessuno considera un bene la giustizia, ché anzi ciascuno, dove crede di poterlo fare, commette ingiustizia. Privatamente ogni uomo giudica assai più vantaggiosa l’ingiustizia che la giustizia”, chiosa Glaucone. Arriva Adimanto, suo fratello (e fratello dello stesso Platone) a rincarare la dose: “E così i padri e tutti quelli che hanno cura di qualcuno, ammonendo dicono che bisogna essere giusti, ma non elogiano la giustizia per se stessa, bensì la buona reputazione che ne deriva: e questo perché per tale apparenza di giustizia la buona fama ottenga loro cariche pubbliche e matrimoni e tutti quei vantaggi che poco fa Glaucone ha elencati e che vengono al giusto per la sua buona reputazione”.

Anche chi pratica la giustizia, dunque, lo fa malvolentieri e solo perché è incapace di commettere ingiustizia. “Concediamo a tutti e due – propone Glaucone - al giusto e all’ingiusto, di fare qualunque cosa vogliano, poi seguiamoli e osserviamo dove ciascuno sarà tratto dal suo desiderio. Coglieremo il giusto nell’atto di dirigersi verso la medesima mèta dell’ingiusto, spinto dalla voglia di soverchiare altrui, cosa che tutti per natura ricercano come un bene e da cui s’astengono solo perché la legge li costringe a rispettare l’uguaglianza”.

La differenza tra giusto e ingiusto

È il rispetto della legge e il timore delle conseguenze di una violazione l’unico elemento che differenzia il giusto dall’ingiusto, nessun valore intrinseco, nessuna virtù individuale, nessun tratto morale. Per dimostrarlo Glaucone rievoca il mito di Gige, pastore al servizio del re di Lidia, Candaule. Dopo un terremoto che apri una voragine nel terreno Gige si avventurò nel sottosuolo dove trovò un cavallo di bronzo che custodiva al suo interno un bellissimo anello d’oro. Lo indossò e tornò alle sue occupazioni. Solo successivamente Gige scoprì che ruotando il castone dell’anello questo gli conferiva l’invisibilità. Non perse tempo a sfruttare questa nuova possibilità. Sedusse la moglie del re, uccise quest’ultimo e, dopo poco, salì sul trono di Lidia al suo posto.

“Supponiamo ora che ci siano due di tali anelli – prosegue Glaucone - e che l’uno se lo infili il giusto e l’altro l’ingiusto. In tal caso non ci sarebbe nessuno, si può credere, tanto adamantino da restare giusto e da avere la forza di astenersi dal toccare la roba d’altri, quando gli si offrisse la possibilità di asportare dal mercato impunemente ciò che più gli piacesse, di entrare nelle case e di unirsi a chi volesse, di ammazzare o liberare dalle catene chi desiderasse, e di fare ogni cosa come un dio tra gli uomini. Così facendo non si comporterebbe diversamente dall’altro: ambedue moverebbero alla medesima mèta. E questa, si potrà dire, è la prova decisiva che nessuno è giusto di proposito, ma in quanto vi è costretto: ciò perché nel suo intimo nessuno considera un bene la giustizia, ché anzi ciascuno, dove crede di poterlo fare, commette ingiustizia”.

La giustizia è una costruzione artificiale, una finzione sociale che trae origine dalla paura delle conseguenze di una violazione. Nessuno, sostiene Glaucone, potendo essere ingiusto impunemente, si asterrebbe. “Privatamente ogni uomo giudica assai più vantaggiosa l’ingiustizia che la giustizia. E ha ragione: così almeno dirà chi sostenga tale principio. Supponiamo che uno disponga di una simile facoltà e tuttavia non consenta mai a commettere un’ingiustizia e a toccare la roba d’altri: quanti venissero a saperlo lo giudicherebbero ben disgraziato e sciocco”.

Implicazioni sociali

La conclusione di Socrate prende avvio dalla confutazione dell’idea di Trasimaco il quale esordisce identificando le persone ingiuste con quelle intelligenti, e quelle giuste con gli ingenui. Sostiene, inoltre, che chi è giusto tenta di sopraffare gli ingiusti, ma non i giusti, mentre chi è ingiusto vorrebbe prevaricare sugli uni e sugli altri. Ma Socrate fa notare come i saggi non vogliono confutare gli altri saggi, ma solo gli stolti, mentre chi è ignorante desidera smentire tanto i saggi quanto gli altri ignoranti. Per similitudine si conclude che chi è giusto è anche saggio mentre gli ingiusti sono, invece, ignoranti. Ecco perché la l’ingiustizia che è fondata sull’ignoranza non può mai essere più forte della giustizia che si fonda sulla sapienza. Le implicazioni sociali poi sono fondamentali perché l’ingiustizia alimenta conflitto e discordia e mina alle radici la stabilità della polis luogo nel quale, unicamente, si può condurre una vita felice.

Certamente Platone non esaurisce il tema della giustizia ma ha, non di meno, il grande merito di aver per primo messo a fuoco il problema e formulato secondo Sebastiano Maffettore e Salvatore Veca “le domande fondamentali e ricorrenti per la ricerca sull’idea di giustizia” in particolare per quanto riguarda la “connessione tra la stabilità della vita collettiva e il senso di giustizia dei singoli. Una società ben ordinata – proseguono i due - in cui viene rispettato e preservato nel tempo l’equilibrio tra le classi sociali, presuppone individui che vivono vite armoniose; e viceversa”.

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