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Femminicidi, nel 15% dei casi la donna aveva denunciato

Dal rapporto della Commissione di inchiesta sul femminicidio emerge che nel 35% degli omicidi erano state adottate misure di sicurezza

di Livia Zancaner

3' di lettura

«Sulla lotta alla violenza contro le donne il dialogo e l’ascolto all’interno del governo e tra le istituzioni ci sono, ma non riusciamo a mettere in campo strategie condivise. Ci vuole uno sforzo ulteriore, un'accelerata di fronte ai dati che ci inchiodano al fatto che nonostante le norme i risultati non ci sono». Valeria Valente, presidente della Commissione di inchiesta del Senato sul femminicidio, commenta al Sole 24 Ore gli ultimi fatti di cronaca che hanno fatto salire a 109 i casi di femminicidio nel 2021 e i tre figlicidi della scorsa settimana: in un caso il padre assassino aveva il divieto di avvicinamento alla famiglia. «Servono parole chiare da parte delle istituzioni, ma anche sforzi e risorse – dice Valente - non possiamo rilanciare il 1522 solo nella settimana del 25 novembre, deve esserci un impegno tutti i giorni come nella lotta alla mafia, una risposta corale della società».

La Commissione ha appena concluso e presentato un ampio lavoro sui fascicoli relativi ai procedimenti penali di 192 casi di femminicidio, per un totale di 197 donne uccise tra il 2017 e il 2018. I dati mostrano che solo il 15% delle vittime aveva denunciato e il 63% non aveva raccontato a nessuno delle violenze. Un punto, questo, centrale nella lotta alla violenza perché denota ancora da un lato la sfiducia nelle istituzioni e, dall'altro, le difficoltà culturali di uscire allo scoperto. «In Italia c’è un problema culturale - sottolinea Francesco Messina, direttore centrale anticrimine della Polizia di stato - bisogna lavorare in orizzontale, andare tutti nella stessa direzione».

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Per una svolta che sia radicale e culturale serve sicuramente un maggiore coordinamento sia per gestire le risorse della violenza sia per rispondere alla domanda delle donne che subiscono violenza. Tutti i settori stanno lavorando nella stessa direzione, ma manca una centrale unitaria che coordini e controlli la continuativa e coerente applicazione delle norme e degli strumenti, secondo gli esperti. In questa direzione va la proposta di un'Autorità indipendente, avanzata dalla Commissione, che possa prendere in carico le donne che subiscono violenza e le segua in tutto il loro percorso.

Maggiore coordinamento, dunque, ma anche attenzione alla formazione di tutti gli operatoti coinvolti - suggerisce la Commissione - e «una rigorosa attività di prevenzione», dice ancora Messina. Per questo, «bisogna allargare i reati spia che danno la possibilità al questore di applicare il provvedimento di ammonimento, per intervenire sul maltrattante all’inizio del ciclo della violenza, prima della denuncia».

Tornando ai numeri del Rapporto, emerge che nel 35% degli omicidi erano state adottate misure di sicurezza. Nonostante sia previsto l’ergastolo, però, in quasi la metà delle sentenze la pena è stata quantificata sotto i 20 anni di reclusione. Qui, e nella risposta di chi raccoglie le denunce, si nota quella tendenza a ridimensionare e a non prendere sul serio le donne che chiedono aiuto che fa così parte, ancora oggi della nostra cultura. «Anche quando le norme ci sono il tema vero è come vengono interpretate e applicate - sottolinea Valente - bisogna lavorare su formazione e specializzazione, ma anche sull’abbattimento di stereotipi e pregiudizi che continuano a vivere nelle nostre aule di giustizia». Formazione, sensibilizzazione, maggiore consapevolezza: «Non dobbiamo più leggere nelle sentenze le parole raptus, gesto di rabbia, tempesta emotiva, in una descrizione che giustifica gli uomini e colpevolizza le donne. Abbiamo lavorato tanto sulle norme che inasprivano le pene e introducevano nuove fattispecie di reato, troppo poco sul sentire comune», conclude la senatrice.

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