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Fenni: «Giusto andare a Mosca e aprire gli stand alla Fiera della calzatura»

Sono 48 le aziende del settore calzaturiero che hanno deciso di partecipare alla Fiera russa del comparto. Il Vicepresidente di Assocalzaturifici Valentino Fenni spiega le loro ragioni

di Michele Romano

3' di lettura

«Siamo contrari alla guerra e non siamo degli sciacalli: la verità è che con queste nuove sanzioni alla Russia siamo tornati indietro al marzo di due anni fa, durante il periodo più duro del lockdown, e di fronte alle nostre istanze di ristori e di ammortizzatori sociali il governo non ci ha dato alcuna risposta, non sta prendendo seriamente le nostre richieste, anche se è evidente cosa possa significare indebitare ancora di più il nostro Paese». Valentino Fenni, vicepresidente di Assocalzaturifici, difende la scelta di 48 imprese italiane (31 provenienti dal distretto Fermano-Maceratese, ndr.) di aprire gli stand all’Obuv Mir Kozhi 2022, la fiera internazionale della calzatura aperta fino a venerdì a Mosca.

Avete bypassato le sanzioni…

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Non abbiamo violato alcuna sanzione e credo che si possa fare ciò che non è espressamente vietato e noi vendiamo scarpe e non armi. Bologna Fiere ha organizzato l’evento e poteva farlo e noi vendiamo prodotti che si possono vendere. Aggiungo che stando fuori da quel mercato significa non lavorare più per mesi, se non addirittura anni.

Era opportuno andare a Mosca?

Forse no, ne siamo consci. Ma Obuv era programmata da tempo e i 31 imprenditori delle Marche hanno potuto contare sul sostegno di Regione e Camera di Commercio. I buyer stanno partecipando alla fiera: confermo che era necessario.

Cosa rappresenta il mercato russo per la calzatura italiana?

Il fatturato 2021 è stato di 275 milioni, già in calo dal 2014 per via delle prime sanzioni. Per il nostro paese, la Russia è il nostro terzo mercato di sbocco dopo Francia e Germania; per la sola provincia di Fermo sono stati 55 milioni lo scorso anno e per il distretto lombardo 44: cifre che dal 2014 ad oggi si sono ridotte della metà, rendendo complicata la vita alle aziende.

Soprattutto a quelle che hanno nella Russia un monomercato…

I buyer russi sono gli unici che recepiscono la nostra calzatura di livello medio-fine, con un prezzo all’acquisto che è mediamente di 96 euro a paio, cifra che è abbondantemente sotto il livello delle sanzioni (che partono da 300 euro, ndr.). Di conseguenza è molto difficile rimpiazzare la Russia con altri mercati.

E l’Obuv cosa rappresenta?

È un appuntamento abituale per noi calzaturieri italiani e imprescindibile per i buyer dell’Est che adorano la scarpa made in Italy. Si tratta di una fiera dove si vende e non di soli contatti: chi acquista versa persino degli acconti, che per noi, soprattutto in questo periodo, rappresentano l’ossigeno.

Ma come faranno a pagarvi?

Questo è il vero problema: con le sanzioni in corso non sappiamo che valuta accettare. L’esclusione del sistema bancario russo da Swift sta rendendo complicato, al limite dell’impossibile, il pagamento della merce regolarmente venduta. Qualcuno deve rispondere e trovare soluzioni.

Non è un’incertezza da poco…

Siamo partiti superando dubbi, paure e difficoltà logistiche. Forse non è chiaro a tutti, ma se noi non fossimo a Mosca oggi ne approfitterebbero in primis i produttori turchi e cinesi: sono anni che cercano di prendersi una fetta di questo mercato, che i calzaturieri italiani hanno conquistato a fatica e consolidato attraverso decenni di fiere e di investimenti in collezioni pensate solo per russi e ucraini.

Si aspetta sanzioni anche per chi è stato a Mosca?

No, ci mancherebbe. Noi imprenditori siamo il volto dell’azienda, ma il corpo è fatto di decine di persone che lavorano. Il futuro di ogni dipendente è nelle mani dellimprenditore, che però da solo non può tutto. Tutti hanno capito che non siamo degli opportunisti senza cuore, ma solo persone che vogliono garantire il lavoro e quindi la sussistenza a migliaia di famiglie.

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