Atlante diplomatico

Fermezza e cooperazione, il doppio binario su cui viaggiano Washington, Pechino e Berlino

di Adriana Castagnoli

(AdobeStock)

4' di lettura

Il “doppio binario” sembra il modello dominante delle attuali relazioni internazionali, vuoi a livello di azione vuoi di narrazione. Si guardi ai primi 100 giorni della politica estera del presidente americano Joe Biden, per decenni una voce influente nelle questioni di politica internazionale a Washington. L’approccio dell’amministrazione americana alla Russia, così come alla Cina e all’Iran, è un misto di fermezza e di calibrata apertura. Biden cerca di relazionarsi ai regimi autocratici tanto per limitarne le ambizioni territoriali e scoraggiarne le prevaricazioni dei diritti umani, quanto per cooperare, laddove gli interessi coincidano con quelli degli Stati Uniti. Fra idealismo e realismo, il team di Biden ha affermato di avere una chiara visione dei propri avversari e, dunque, di come la Cina rappresenti la principale sfida militare, tecnologica ed economica alla leadership degli Usa.

Uno dei principali obiettivi della Casa Bianca è quello di ricollocare Washington al centro dell’agenda sul clima. Su questo tema Biden si è impegnato a cooperare con il presidente cinese Xi Jinping, ma ha sfidato altresì Pechino sui diritti umani. Proprio riguardo all’energia green, il doppio binario diventa una realtà scomoda. La Cina, che emette il 28% della CO2 mondiale, due volte quella degli Usa, domina la catena della fornitura globale per l’energia solare, producendo la maggior parte dei materiali e dei componenti su cui gli Stati Uniti contano; anche con il lavoro delle minoranze represse nello Xinjiang.

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Per parte sua, Xi pone il concetto di “doppia circolazione” a fondamento della sua strategia di politica economica. Una circolazione “esterna” con il resto del mondo che viene gradualmente oscurata dalla circolazione “interna”, alimentata da domanda, capitali e idee a livello nazionale. Lo scopo è rendere la Cina più autosufficiente. In particolare, il piano Made in China 2025 mira a incrementare i componenti di tecnologie nevralgiche prodotti sul mercato interno al 70% entro il 2025. Per raggiungere questo obiettivo vengono impiegati sussidi di Stato, controllo dell’export e dei dati che permettono alle imprese cinesi di sostituire quelle straniere. Se il piano avrà successo, la Cina potrà creare altrettanti posti di lavoro, ma ad alta retribuzione, di quanto ha fatto nell’industria pesante e tessile. Per questo, come osserva Mark Leonard, co-fondatore e direttore dello European Council on Foreign Relations, anziché cercare di trasformare la Cina o cercare di penetrarne il mercato interno, l’Occidente dovrebbe dare la priorità alla trasformazione di sé stesso, sviluppando politiche industriali e d’investimento che stimolino l’innovazione e tutelino la proprietà intellettuale, fissando standard per formalizzare nuovi accordi commerciali, promuovere investimenti e regolamenti per espandere la quota dell’economia globale aperta a tecnologie ed enti non cinesi.

Peraltro con l’ingresso di Pechino nella Wto, nel 2001, si è aperta una doppia circolazione a livello dei governi subnazionali cinesi. Un flusso di investimenti esteri in entrata ne ha ridotto la dipendenza dal centro, mettendo a disposizione delle autorità locali risorse alternative per perseguire i propri obiettivi. Mentre il governo nazionale ha pianificato una modernizzazione qualitativa con incremento della produttività, sviluppo tecnologico e formazione della forza lavoro, i governi subnazionali hanno scelto un approccio quantitativo preferendo progetti con guadagni a breve che hanno finito col generare problemi di eccesso di capacità.

Il dualismo si riflette nelle ambizioni economiche estere della Cina. Non tutte le imprese sono affidabili esemplari del capitalismo di Stato. Una volta esposte alla competizione internazionale e alle regole globali, alcune aziende di settori altamente competitivi hanno finito per comportarsi come attori più commerciali, anziché come meri agenti economico-politici dello Stato all’estero. È pur vero che, dall’ascesa di Xi, le aziende di Stato sono state favorite da politiche nazionali che hanno riaffermato il ruolo dominante dello Stato e quello primario del Partito comunista cinese sul mondo produttivo. Ma l’economia cinese è, a suo modo, “mista”. Gli investimenti privati si sono espansi a un ritmo più veloce di quelli pubblici per molti anni; questa dinamica ha cominciato a indebolirsi dopo il 2012 sino a invertirsi dal 2015 al 2016. I Paesi partner devono prevedere, perciò, un approccio su più fronti per impegnare la Cina a diversi livelli senza trascurare l’eterogeneità di interessi della sua gigantesca economia.

La relazione conflittuale fra Washington e Pechino sta intensificando la competizione per gli alleati strategici: con i diplomatici statunitensi impegnati a visitare Giappone, Corea del Sud, Europa occidentale e a rilanciare il Quad (fra Australia, India, Giappone e Usa), mentre i cinesi tessono accordi dal Pacifico all’Eurasia.

In Europa, il tradizionale doppio binario della cancelliera Angela Merkel, fra diritti umani e interessi, si è declinato con la disponibilità ad aprire un nuovo capitolo nella partnership transatlantica e, contestualmente, a sviluppare una comune agenda nei rapporti con la Cina, come è avvenuto con il Comprehensive Agreement on Investment siglato da Bruxelles e Pechino a fine 2020. A esplicitare senza infingimenti il doppio binario è giunta, infine, inattesa ma inequivocabile, la dichiarazione del presidente del Consiglio Mario Draghi che ha definito il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan un dittatore, nonché un partner con il quale si deve cooperare in termini di interessi.

L’Occidente sta dunque perdendo, oltre al dominio materiale, anche l’influenza ideologica? Richard N. Haass e Charles A. Kupchan del Council on Foreign Relations ritengono che soltanto un gruppo di Paesi leader sul modello del “concerto di potenze” ottocentesco possa contenere l’aspra competizione mondiale, assicurando stabilità e multipolarità. Tuttavia, in un mondo di gated globalisation e di interdipendenza armata, secondo uno dei più influenti think tank asiatici, per bilanciare le ambizioni globali cinesi, gli Stati devono optare di preferenza per scambi con Paesi con i quali c’è fiducia politica. È compito dei governi occidentali e dell’Ue farsi guardiani di beni, servizi, finanza, lavoro e tutelare gli interessi strategici quando sono a rischio, anche frammentando le catene di approvvigionamento. Siamo entrati in una fase di globalizzazione in cui, per dirla con le parole di Joe Biden «il resto del mondo non sta ad aspettarci».

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