il passaggio generazionale

Ferragamo e gli altri: il futuro difficile delle dinastie della moda italiana

di Giulia Crivelli


Versace passa a Michael Kors per 2 miliardi

7' di lettura

Una delle differenze tra Italia e Francia, o meglio, tra l'industria della moda italiana e quella francese, è il passaggio generazionale. Oltralpe, come in altri settori, è avvenuto con qualche decennio di anticipo. Per una semplice ragione: la moda come la intendiamo oggi, fatta di marchi e stilisti e aziende e gruppi o poli del lusso, è nata in Francia. Pensiamo a Christian Dior, ad esempio: in molti ricordano il couturier o riconoscono l'influenza che ha avuto nella storia della moda e del costume francese, europeo e occidentale, ma oggi al nome viene associato soprattutto un marchio.

Gli stilisti che lo guidano sono cambiati nel tempo: oggi è un'italiana, Maria Grazia Chiuri, prima donna a ricoprire un ruolo simile. Come Gianfranco Ferré fu, in passato, il primo stilista italiano a guidare la storica maison, che oggi è parte di Lvmh, il più grande gruppo del lusso al mondo. Non sembri casuale che proprio Lvmh abbia comprato tre aziende italiane in concomitanza con l'esigenza di un passaggio generazione: Bulgari, Fendi e Loro Piana. L'altro colosso francese, Kering, ha acquistato invece Pomellato, Gucci e Bottega Veneta, anche in questo caso approfittando, per così dire, di un momento critico nella successione o di una vera e propria mancanza di successori al fondatore.

Il caso di Salvatore Ferragamo e il futuro di Versace
Il caso del gruppo Salvatore Ferragamo, che si è riaperto di recente, con la scomparsa, a quasi 97 anni, di Wanda Ferragamo, vedova del fondatore della maison, era stato fin qui esemplare: per evitare che la complessità delle dinamiche famigliari mettesse a repentaglio il futuro a medio-lungo termine del gruppo, si scelse la via della quotazione. Dalla morte del fondatore, nel 1960, Wanda Ferragamo e i suoi sei figli hanno trasformato il marchio in globale, riuscendo a non tradire mai lo spirito di Salvatore, che amava definirsi il calzolaio di Hollywood, trasformandosi al contempo in un marchio del lusso, non solo di scarpe e borse di alta gamma. Ai figli però si sono aggiunti nipoti e pronipoti, non tutti necessariamente interessati o adatti a un ruolo in azienda. Non sta scritto nella pietra che la passione per un certo mestiere si erediti: può succedere, ma può anche non accadere. Aziende famigliari che, come nel caso di Ferragamo, ma anche delle citate Fendi, Bulgari, Gucci, Bottega Veneta e Loro Piana, diventano multinazionali tascabili o addirittura società da miliardi di fatturato, possono trarre grande beneficio dalla presenza di membri della famiglia fondatrice, ma i casi di maggior successo sono quelli di chi ha saputo aprirsi a manager o capitali esterni.

Ferragamo e gli altri, quando le maison sono un affare di famiglia

Ferragamo e gli altri, quando le maison sono un affare di famiglia

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Il caso più recente di azienda famigliare in cerca di conferme per il futuro è Versace: nel 1997, alla morte di Gianni, fondatore della maison insieme al fratello Santo, la famiglia cerco di restare unita, ma per alcuni anni non si aprì a fondi o aziende. Donatella, sorella minore, e Santo impiegarono anni a superare lo choc dell'assassinio del geniale fratello e a trovare un nuovo equilibrio, anche perché Gianni aveva sì lasciato l'intera azienda alla famiglia, ma con una quota di maggioranza ad Allegra, primogenita di Donatella e all'epoca solo undicenne. L'apertura a manager esterni è stata forse tardiva: si sono susseguiti Giancarlo Di Risio (2004-2009), Gian Giacomo Ferraris (2009-2016) e, a oggi, Jonathan Ackroyd, confermato alla fine di settembre, dopo la cessione della quasi totalità del capitale della Versace agli americani di Michael Kors. A custodire i codici della maison continuerà a esserci Donatella Versace, confermata all'indomani dell'operazione come direttore creativo, ma per il futuro a lungo termine non ci sono eredi all'orizzonte: i figli di Donatella fanno altro e la figlia di Santo non ha mai manifestato intenzioni di lavorare per l'azienda fondata dal padre con il fratello.

La (salda) guida di Prada
Ancora saldamente guidato, da ogni punto di vista, dai fondatori è il gruppo Prada, se consideriamo non il singolo marchio di pelletteria, nato nel 1913 con l'apertura, da parte di Mario Prada, di una boutique in Galleria Vittori Emaneuele, a Milano, bensì l'attuale gruppo, che possiede, oltre al marchio Prada, Miu Miu, Church's e Car Shoe e Pasticceria Marchesi nel segmento food: Miuccia, nipote di Mario, è il direttore creativo e co-amministratore delegato insieme al marito Patrizio Bertelli. L'azienda è quotata a Hong Kong e anche in questo caso lo sbarco in Borsa è stata una soluzione per rafforzarsi a livello globale e mettersi al sicuro da scalate esterne. Poco più di un anno fa è entrato in azienda il figlio maggiore dei coniugi Bertelli, Lorenzo, 30 anni, responsabile della comunicazione digitale dell'azienda. In giugno, in occasione dell'inaugurazione di una fabbrica modello del gruppo in Toscana, Patrizio Bertelli ha spiegato che il figlio “si sta preparando a fare il capo della Prada, sempre che lo voglia”. Parole se vogliamo sibilline, che lasciano aperto il capitolo successione dinastica.

Tod’s pensa al passaggio generazionale «morbido»
Al passaggio generazionale morbido sembra pensare anche Diego Della Valle, alla guida del gruppo Tod's, quotato alla Borsa di Milano e tra le poche aziende del settore ad aver raggiunto il miliardo di fatturato. Accanto ha sempre avuto il fratello Andrea, ma la recente nomina di un ceo esterno e alcune dichiarazioni fanno capire che la questione del futuro, soprattutto manageriale, è in agenda. Anche in questo caso, la famiglia, è oggi garante dello spirito dell'azienda, basato sul valore dell'artigianalità e della qualità e sul rispetto del territorio in cui opera. E l'ideale sarebbe che così fosse per sempre, indipendentemente dagli sviluppi alla guida operativa. Aggiungiamo che Diego Della Valle, anche quando si dice intenzionato a rallentare, a fare piccoli passi indietro, fatica a essere creduto: da ogni sua parola – e da quelle del fratello – traspare la passione e l'attaccamento ai marchi, al lavoro, all'azienda, alle persone che lavorano per il gruppo in tutto il mondo. Non solo: forse grazie all'esperienza e alla sicurezza che dà l'aver attraversato tante fasi dello sviluppo del sistema moda italiano, l'imprenditore marchigiano ha intuizioni e lancia progetti con un'energia e una capacità di guardare oltre l'attimo presente che fanno invidia a manager della generazione Millennial.

Il flop del passaggio di consegne in Safilo
Passaggio generazione di fatto fallito è quello di Safilo: Vittorio Tabacchi, secondogenito del fondatore, aprì l'azienda a manager esterni e scelse la quotazione, ma il passaggio di consegne al figlio Massimiliano, nominato co-amministratore delegato nel 2006, non ebbe successo. Safilo, ancora oggi seconda azienda dell'occhialeria dopo il colosso Luxottica (ora un tutt'uno con Essilor e leader mondiale dell'intera filiera, dalle lenti alle montature), dal 2009 è controllata dal fondo olandese Hal e la famiglia è progressivamente uscita. Dinastia spezzata, potremmo dire. E futuro quanto mai incerto.

La continuità degli Zegna, l’incognita Armani
Dinastia affatto interrotta invece quella degli Zegna: ceo è il nipote del fondatore, Ermenegildo “Gildo” Zegna. In azienda è entrata anche la quarta generazione e per ora nulla lascia presagire un'apertura del capitale a soci esterni o, come ha ripetuto di recente Gildo Zegna, una quotazione in Borsa, che diluirebbe inevitabilmente la quota in mano alla famiglia. Anche in questo caso, il legame della famiglia con il suo know how tessile e con il territorio (l'Oasi Zegna è forse il più bel progetto di filantropia ambientale al mondo), lascia pensare che la presenza dei discendenti del fondatore sia un fattore chiave per il successo globale di un gruppo che ha superato da anni il miliardo di fatturato.

Il caso più discusso è probabilmente quello di Giorgio Armani, che non ha eredi diretti e due anni fa ha dato vita alla Fondazione Giorgio Armani, che si occupa di progetti di utilità pubblica e sociale e contestualmente assicura che gli assetti di governance del gruppo Armani si mantengano stabili. Tre nipoti dello stilista-imprenditore siedono nel cda della società, ma non hanno ruoli operativi di spicco.

Renzo Rosso e Max Mara, l’equilibrio è di casa
Saldamente nelle mani delle famiglie fondatrici e al momento distanti dall'idea della quotazione sono il gruppo fondato da Renzo Rosso e Max Mara della famiglia Maramotti: in questo caso la suddivisione delle quote societarie è equamente ripartita per i tre rami della famiglia. I figli del fondatore, Achille Maramotti, Ignazio, Luigi e Maria Ludovica, hanno nove figli, alcuni dei quali già in azienda. Cambia la regione, l'Emilia-Romagna invece che le Marche per Della Valle o il Piemonte per gli Zegna, ma il circolo virtuoso resta: Max Mara è un'azienda da oltre un miliardo, presente in tutto il mondo e allo stesso tempo fortemente radicata nella zona in cui è nata.

I passaggi generazionali in vista
Molti i passaggi generazionali all'orizzonte o già in atto: nel 2018 due aziende marchigiane, Lardini (specializzata in capispalla) ha compiuto 40 anni, Casadei (calzature di alta gamma) 60. Nel primo caso stanno entrando i figli dei fondatori, i fratelli Lardini, nel secondo si è già alla terza generazione. Quarant'anni anche per la Brunello Cucinelli: il fondatore è saldamente al comando, ma le figlie sono già in azienda e, come nel caso di Armani, la continuità di visione e valori è affidata anche alla Fondazione Federico e Brunello Cucinelli. Alla quarta generazione è invece l'azienda di abbigliamento femminile nata in Umbria Luisa Spagnoli, che nel 2018 di anni ne ha compiuti 90. In questi tre casi le dimensioni sono diverse da grandi gruppi come Tod's, Zegna, Armani, Max Mara, Prada e la Otb di Rosso e i rischi di scalate da parte di aziende o gruppi stranieri è maggiore. La storia recente dimostra però che la crescita di un marchio o di una società, anche quando venga ceduto in parte o completamente, beneficia grandemente, forse addirittura dipende, dalla permanenza di membri delle famiglie fondatrici. Quando questo non è successo (il caso più doloroso è quello di Gianfranco Ferré, di fatto scomparso dal sistema moda, pur avendone fatto la storia), il percorso è stato molto più incerto. C'è da augurarsi quindi che ogni famiglia, come è accaduto finora ai Ferragamo, per tornare alla cronaca più recente, trovi il giusto equilibrio interno e con l'esterno, cercando di proseguire il sogno di padri, nonni o bisnonni, che era quello di portare lo stile e il know how italiani nel mondo.

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