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Ferrari ingolfata in Borsa, Elkann riapre il dossier

di Marigia Mangano

(ANSA)

3' di lettura

A Maranello è tempo di riflessioni. Il 2019 della Ferrari è già partito con un importante cambio al vertice, Mattia Binotto ha preso il posto di Maurizio Arrivabene alla guida della scuderia della Rossa nelle vesti di Team Principal. Ma il passaggio di consegne nella gestione sportiva, secondo indiscrezioni, rappresenta solo un primo tassello, seppur centrale, di un esame di più ampio respiro. Che negli ultimi mesi è al vaglio del presidente John Elkann, impegnato sul dossier in prima persona.

L’impegno della famiglia Agnelli, ribadito da John Elkann in occasione del piano industriale dello scorso settembre, evento coinciso con il suo debutto in veste di presidente di Ferrari (un ruolo mai ricoperto dalla dinastia torinese nella storia di Maranello), si sintetizza in un concetto: «Ferrari costruirà un futuro all’altezza del suo passato». E per farlo potrà contare su un azionista che, oltre a essere spettatore interessato, ha scelto di schierarsi in prima linea.

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Il bilancio degli ultimi mesi della Rossa però ha mostrato alcune criticità. Prima fra tutte la valutazione in Borsa. Ferrari ieri è stata protagonista di un rimbalzo del 2% che ha portato il prezzo a risalire a 98,3 euro per azione, complice un report positivo di Bernstein che ha alzato il rating da underperform a market perform con un prezzo obiettivo passato da 65 a 95 euro. Tuttavia, nonostante il recente recupero si tratta pur sempre di valori distanti dai 120 euro segnati a fine settembre, poco prima della presentazione del piano industriale. Tanto più che a inizio anno le quotazioni erano scese vicine alla soglia dei 85 euro per azione.

La debolezza in Borsa, peraltro, si registra nonostante sia in pieno svolgimento un importante piano di riacquisto di azioni proprie, se si pensa che Ferrari ha annunciato alla fine dello scorso anno un programma da 150 milioni di euro, come prima tranche di un piano da 1,5 miliardi, da completare entro il 2022. Certo le case d’affari sono comunque positive sulle prospettive della Rossa: circa il 48% degli analisti, secondo i dati Bloomberg, suggerisce di acquistare mentre poco meno del 35% di tenere in portafoglio le azioni. E il target price medio è di 130,56 dollari, ossia più o meno 115 euro. Il punto però è un altro. L’impressione, sul mercato, è che dopo l’uscita di scena di Sergio Marchionne si sia spezzato qualcosa con la Borsa.

La Rossa al momento tratta a un multiplo vicino a 28 volte gli utili e la società ha annunciato un raddoppio dell’ebitda al 2022 nel piano industriale. Numeri, quelli espressi dalle quotazioni e dai target, che nell’era Marchionne erano considerati realistici. Il manager italo canadese, in pratica, era la “garanzia” del successo, parte centrale e anello di congiunzione tra presente e prospettive future. Che, nella gestione di Louis Camilleri, sono state ridimensionate e catalogate fin da subito come aspirazionali. Da qui l’impressione sul mercato che, dopo una scelta manageriale dettata più dall’urgenza che da approfondite analisi (Camilleri è stato nominato a luglio, a causa dell’aggravarsi delle condizioni di salute di Marchionne), il tema della guida di Maranello possa essere “rivalutato” a freddo. Con quali esiti è ancora tutto da verificare.

In proposito, si apprende, fonti vicine alla famiglia e al gruppo smentiscono voci di nuovi cambi in vista: Elkann e Camilleri guideranno Ferrari a realizzare il piano al 2022. Un piano industriale che costruirà nei prossimi quattro anni la nuova Rossa con l’obiettivo al 2022 di portare i ricavi a poco meno di 5 miliardi, raddoppiare il margine operativo lordo che si attesterà tra 1,8 e 2 miliardi (target più conservativo rispetto all’obiettivo di 2 miliardi fissato da Sergio Marchionne) e portare l’utile operativo oltre 1,2 miliardi. Quanto basta per incrementare i dividendi fino al 30% dei profitti.

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