INTERVISTA A FERRUCCIO RESTA

«Dai cinesi alle imprese, ora il Politecnico è cosmopolita»

Il rettore dell’ateneo milanese: sogno di portare l’università tra le prime cento del mondo

di Luca Orlando


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Ferruccio Resta, dal 2016 alla guida del Politecnico di Milano (Lab Immagine Design Polimi)

4' di lettura

«L’ecosistema? Eccolo, più di così..». A Ferruccio Resta si allarga il sorriso mentre indica i nuovi spazi appena aperti da Edison.

Laboratori di Iot ed energy storage che ospitano decine di ricercatori, trasferiti dal Piemonte alla periferia nord-ovest di Milano per lavorare fianco a fianco con le strutture universitarie. Sorride Resta. Perché è proprio qui, nella trasformazione di un'idea in progetto il terreno più congeniale al rettore del Politecnico.

Accademico “full time” a giudicare dalle oltre 240 pubblicazioni scientifiche che affollano il suo curriculum. E che tuttavia esprimono oggi solo una parte residuale di un'attività che a tutti gli effetti è manageriale, lontana anni luce da sperimentazioni e laboratori, in qualche caso quasi frenetica. Come quando Resta e il rettore dell'Humanitas Montorsi, forse non troppo coinvolti dalla discussione in corso in un evento a Roma, sul classico foglietto di carta hanno pianificato il nuovo corso congiunto per medici-ingegneri. Partito meno di un anno dopo con un boom di iscritti (quasi 500 per 50 posti), per effetto di una domanda crescente di queste competenze ibride da parte delle aziende. Rapporto con le imprese che rappresenta il cuore della strategia di Resta, impegnato a rendere sempre più pervasivo l ’impatto dell’ateneo oltre la “semplice” attività formativa. «Nel nostro atto fondativo - racconta - è già chiarissimo l’imprinting di partenza, per la creazione di un’università che dia ascolto al sistema produttivo e che sia in grado di dare soluzioni. Certo, in alcuni momenti forse l’ateneo è stato più chiuso in se stesso e meno disponibile alle collaborazioni. In altre fasi si è invece aperto al mondo».

L’apertura, in senso lato, pare essere in effetti l’obiettivo chiave perseguito. Attraverso accordi bilaterali con università cinesi, alleanze con altri atenei italiani per l’avvio di nuovi corsi di laurea congiunti o per sostenere le start-up, intese continue con le imprese per nuovi progetti di collaborazione, laboratori e finanziamenti, acquisiti a piene mani anche attraverso i bandi di Bruxelles.

«Guardare all’Europa e al mondo delle imprese - spiega - è stata in fondo una necessità, una sorta di scelta obbligata: se i fondi pubblici per fare ricerca progressivamente si riducono puoi decidere di subire la situazione oppure di attrezzarti e reagire». Il primato nazionale è evidente nei numeri, con quasi 135 milioni raccolti nel solo programma Horizon 2020, dove il Politecnico di Milano ha “convinto” Bruxelles con oltre 300 progetti diversi. A cui si aggiungono risorse crescenti legate ai contratti siglati con le imprese, garantendo nel complesso un centinaio di milioni all’anno in termini di capacità di autofinanziamento per la ricerca.

«Se dovessi identificare un paio di punti qualificanti del lavoro di questi anni, qualcosa di cui vado orgoglioso, direi che il dialogo con il mondo produttivo è certamente un aspetto chiave: se in passato il rapporto era impostato sul modello fornitore- cliente ora siamo invece in un percorso di partnership, con le imprese coinvolte in tutti i nostri progetti chiave. Non sempre arrivano dei “sì” ma le risposte positive sono crescenti. Anche perché numerosità dei progetti e capacità di realizzazione migliorano la nostra credibilità, che a sua volta ci rende più attrattivi». E poi c’è la struttura, altro punto di forza di un’ateneo che nei fatti è una grande azienda, forte di oltre 2.600 persone tra docenti di ruolo e personale tecnico-amministrativo.

«Blocco del turnover e stretta sui finanziamenti limitano molto le leve premiali di tipo economico. Ma nella pubblica amministrazione vinci solo se sei in grado di motivare e se la squadra lavora per un obiettivo comune. Come in effetti sta accadendo qui, dove c'è una comunità con valori condivisi, che accetta la sfida di confrontarsi con le migliori realtà internazionali». Confronto che nel tempo ha premiato l’ateneo, risalito di decine di posizioni nelle graduatorie, anche se ancora penalizzato dal rapporto docenti/studenti, difficilmente modificabile nell’attuale quadro di risorse. «L’ultima classifica Qs ci vede al 149esimo posto - aggiunge Resta - ed è una posizione che comunque non ci soddisfa. Il sogno? In un periodo ragionevole entrare nei primi cento». Target (peraltro già ampiamente superato nelle singole materie, con il sesto posto mondiale per Design, il settimo in Ingegneria meccanica, l’11esimo in Architettura) da raggiungere proseguendo sulla rotta tracciata e rilanciando. Perché Resta, arrivato al giro di boa di metà mandato, non vuole fermarsi qui.

Alle battute finali è il budget con i target del nuovo triennio, che alzano ancora l'asticella. «Obiettivi chiave? Intanto mi piacerebbe portare qui un grande operatore internazionale di venture capital. Sarebbe un modo per dare carburante al nostro sistema di innovazione. Ma il progetto iconico è certamente il recupero dei gasometri alla Bovisa. Che puntiamo a riutilizzare come sede di start-up, a caccia di spazi dopo aver saturato il nostro incubatore Polihub. Sarebbe un segnale potente anche in termini simbolici, la transizione da un passato industriale ad un presente e futuro in cui il lavoro passa dal know-how». Da aggiornare e manutenere con cura, perché il mondo del giovane bergamasco che si trasferiva nella metropoli in cerca di opportunità è una versione “bonsai” di ciò che accade ora. «In effetti - spiega - credo che il mio maggior limite curriculare sia proprio la mancanza di un’esperienza all’estero, mentre ora le chance internazionali sono vastissime. Onestamente, credo però che per noi in passato le cose fossero più facili, perché i nostri giovani ora si confrontano con ragazzi di tutto il mondo, gente che spesso ha molta “fame” e determinazione. A mio figlio spiego che dovrà confrontarsi con ragazzi le cui famiglie hanno faticato a far studiare».

Fatica che comunque nell’ateneo milanese è sempre ben ripagata: su 100 ingegneri “magistrali” del Politecnico, ad un anno dalla laurea a non lavorare sono soltanto tre.

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