film di apertura

Festa del cinema al via con Hostiles, il western senza vincitori né vinti

di Eugenio Bruno

3' di lettura

Non si può dire che ad Antonio Monda manchi il coraggio. Per il secondo anno consecutivo il direttore artistico della festa del cinema di Roma numero 12 sceglie di inaugurare la kermesse capitolina con un’opera scomoda, dura, a tratti disturbante. L’anno scorso era toccato a Moonlight che aveva poi trionfato agli Oscar. Stavolta è il turno di Hostiles che sarà proiettato stasera alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella. Due film accomunati non solo dalla nazionalità (Stati Uniti) ma anche dalla volontà di dare un’idea tutt’altro che risolta e tranquillizzante della società americana. Avamposto sempre più in affanno dell’intero Occidente.

Il confine sottile tra amici e nemici
Per amplificarne il messaggio universale Scoot Cooper sceglie per il suo quarto lungometraggio (dopo Crazy Hearth, Out of the Furnace e Black Mass) un genere che più genere non si può: il western. Seppur in versione 2.0 rispetto alla tradizione hollywoodiana. A una location oltre modo nota - le praterie del Sud ovest degli States - fa da contraltare molto poco classica. Mai come stavolta il confine tra buoni e cattivi, amici e nemici, torti e ragioni, vincitori e vinti si presenta labile. Come conferma la citazione di D. H. Lawrence che precede la prima inquadratura: Nella sua essenza, l'anima americana è dura, solitaria, stoica e assassina. Finora non si è mai fusa.

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La serata di inaugurazione della Festa del Cinema di Roma

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Di classico c'è solo l'ambientazione
La solitudine, lo stoicismo e la durezza accomunano tutti i protagonisti della vicenda. Ambientato nel 1892, Hostiles ripercorre il viaggio lungo circa mille miglia dal deserto del New Mexico alle praterie del Montana, che il capitano dell'esercito Joe Blocker (Christian Bale) deve affrontare insieme alla sua squadra per accompagnare un capo guerriero Cheyenne in fine di vita (Falco Giallo, a cui presta il volto Wes Studi) - e la sua famiglia nella riserva dove saranno confinati alla sua morte. Cruciale è anche l'incontro con la giovane vedova Rosalee Quaid (Rosamund Pike), che nelle prime scene vediamo perdere il marito e i tre figli a causa dell'attacco efferato di una banda di Comanche. Violenza e sopraffazione che tuttavia appartiene anche ai “buoni” come testimoniano le condizioni in cui il capo tribù e i suoi familiari vivono nel campo di prigionia molto simile alle Abu Grahib o Guantanamo dei giorni nostri. Ne viene fuori un’Odissea, in versione riveduta e corretta, che porta i due vecchi rivali a scoprirsi più vicini di quanto pensavano e a combattere insieme per la sopravvivenza reciproca.

“Fendi Studios”, l’amore per il cinema raccontato da borse e pellicce

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La violenza come cifra stilistica
Cooper torna dunque ai legami familiari e alla violenza insita nella nostra società - a prescindere dalla latitudine in cui si svolge la storia e all’etnia dei personaggi rappresentati sullo schermo - che avevano già caratterizzato Out of the furnace visto a Roma nel 2013. Senza risparmiarci gli effetti più cruenti, neanche il dettaglio di uno scalpo. E utilizzando come unico elemento di distanza la fotografia scolorita e virata a seppia del giapponese Masanobu Takayanagi. Questo ritrovato stilistico nulla toglie all’efficace ricostruzione storica di location, costumi e usi dell’epoca accentuandone però il carattere di universalità.

La scelta azzeccata del cast
Se il 47enne regista americano riesce nel suo intento lo deve soprattutto al cast. Dai personaggi di contorno (due nomi su tutti: Peter Mullan e Ben Foster) fino ai due protagonisti: da un lato, Christian Bale di Batman begins, The fighter e L'uomo senza sonno che utilizza i balbettii ripetuti, la fissità dello sguardo, l'aria allucinata per restituirci tutta la devastazione di anni e anni di guerra e del conseguente danno post traumatico da stress; dall'altro, la Rosemund Pike di Gone girl che, nonostante il lutto recente e la devastazione che porta nel cuore, riesce comunque a ricondurlo, fotogramma dopo fotogramma e primo piano dopo primo piano, a una seconda vita. Ne scaturisce un’immagine di famiglia allargata e multietnica che porta con sé sul treno del progresso un messaggio di speranza e di umanità valido ancora oggi. Al di là e soprattutto al di qua dell’oceano.

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