Cinema

Festival di Berlino: «Everything Will Be Ok», un film importante per riflettere

In concorso, il nuovo lungometraggio di Rithy Panh è una di quelle pellicole che non si dimenticano facilmente al termine della visione

di Andrea Chimento

3' di lettura

Con l'arrivo del weekend, al Festival di Berlino la competizione inizia a entrare nel vivo: tra i possibili candidati a un premio finale non può mancare «Everything Will Be Ok», il nuovo, sconvolgente film del regista cambogiano Rithy Panh.
Il titolo prende spunto dallo slogan scritto sulla maglietta di un'adolescente uccisa in una manifestazione di protesta in Myanmar.

La pellicola si apre con diverse immagini che possono richiamare la storia del cinema: da un monolite che si innalza in mezzo a un deserto di sabbia, come possibile rimando a «2001: Odissea nello spazio» di Stanley Kubrick, a fotogrammi di una sala cinematografica che si anima da sola come ne «L'uomo con la macchina da presa» di Dziga Vertov, un film fondamentale, fortemente teorico, datato 1929.Da sempre grande documentarista, Panh utilizza i materiali d'archivio del passato per parlare di un possibile futuro distopico, dove i monumenti della Terra sono insabbiati e i totalitarismi hanno preso il totale sopravvento. Il regista cambogiano ha spesso raccontato il tema del genocidio nel suo paese e, in questo caso, firma un importante saggio audiovisivo, allegorico e fantascientifico, per farci riflettere proprio su tematiche simili: dopo un'epoca segnata da dittature e violenze, la narrazione della pellicola si concentra su come gli animali abbiano reso schiavi gli esseri umani e preso il controllo del mondo. Le statue del passato sono state rimosse, ma nuove forme molto simili sono state erette per sopprimere la libertà delle persone. Ora sono scimmie, cinghiali e altri animali a ricreare le atrocità del mondo precedente, mentre il capo di questa rivoluzione osserva i filmati d'archivio del nostro mondo ormai passato.

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L'uso dei pupazzi

Come nel suo bellissimo «L'immagine mancante» del 2013, Rithy Panh utilizza i pupazzi per i suoi personaggi, umani o animali che siano. Pupazzi immobili, realizzati in maniera mirabile, a cui viene data vita attraverso i giochi di luce, la posizione in cui sono inseriti all'interno delle inquadrature e una voce narrante che accompagna costantemente la narrazione (le parole sono quelle dello scrittore Christophe Bataille, che aveva già lavorato con il regista in passato).Mescolando documentario e fantascienza, storia del cinema (si passa anche da Georges Méliès e Chris Marker, solo per citare ancora un paio di nomi), immagini inquietanti e schermi divisi tramite lo split screen, Rithy Panh innalza un nuovo grido d'allarme su come la storia continui a ripetersi, sul costante pericolo dei totalitarismi e su come non abbiamo imparato nulla dalle lezioni che ci sono state impartite. Il risultato è una pellicola impossibile da dimenticare al termine della visione. Da premiare.

Rimini

In concorso ha trovato spazio anche «Rimini», il nuovo lavoro di Ulrich Seidl, tornato al cinema di finzione a nove anni di distanza da «Paradise: Hope».Al centro della narrazione c'è Richie Bravo, un cantante austriaco che vive a Rimini, esibendosi nelle case di riposo e in club di second'ordine per il suo pubblico, formato da persone anziane di lingua tedesca. Dopo essere tornato a casa per il funerale della madre, Richie rientra a Rimini e riprende la sua esistenza squallida, fino all'arrivo di sua figlia, che non vede da moltissimo tempo.

Da sempre fautore di un cinema che va a scavare nelle marcescenze dell'animo umano, Ulrich Seidl non si smentisce e firma una pellicola sulla decadenza e sulle brutture a cui può arrivare un uomo come il suo protagonista: lo sguardo del regista è ancora una volta troppo morboso e voyeuristico, tanto che diverse sequenze potevano essere decisamente più essenziali senza nulla togliere al messaggio che l'autore voleva trasmettere.

Inizialmente in grado di interessare e scuotere, «Rimini» si perde alla distanza diventando ridondante e non riuscendo a creare un vero e proprio collante tra i vari personaggi in scena (tra cui il padre del protagonista, costretto in una casa di riposo). Incisivo solo a tratti, il film ha però dalla sua l'ottima prova di Michael Thomas nei panni di Richie Bravo e alcuni passaggi realmente degni di nota: il disegno complessivo, però, continua a lasciare molti dubbi su un regista di talento, sicuramente capace di risultare controverso e scomodo, ma anche su un cinema spesso altrettanto sterile e gratuito.


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