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Festival di Berlino: fantasy e melodramma si mescolano in «Undine»

All'interno della kermesse Christian Petzold col suo nuovo film, ma tra i titoli visti nel weekend svetta «First Cow» di Kelly Reichardt

di Andrea Chimento

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All'interno della kermesse Christian Petzold col suo nuovo film, ma tra i titoli visti nel weekend svetta «First Cow» di Kelly Reichardt


3' di lettura

Per molti era il film più atteso della Berlinale 2020, «Undine» di Christian Petzold, tra i più importanti registi tedeschi in attività. Petzold aveva sconvolto il festival due anni fa con il potentissimo «La donna dello scrittore», ma nella sua filmografia si annoverano anche altri titoli significativi, come «La scelta di Barbara» o «Il segreto del suo volto».

Questa volta l'autore tedesco si rifà al mito delle ondine, creature leggendarie assimilabili alle ninfe delle acque, bellissime ma anche capaci di essere particolarmente vendicative se l'uomo che amano arriva a tradirle.

Dalla leggenda si passa alla Berlino contemporanea, dove Undine è una ragazza che fa la guida in un museo. Da poco lasciata dal fidanzato, troverà conforto tra le braccia di un altro uomo con cui inizierà una relazione appassionata.
Petzold torna al melodramma dei suoi lavori precedenti, ma questa volta lo mescola con un registro fantasy piuttosto ambizioso, in un mix di generi che appare spesso irrisolto.
La confezione è ottima come sempre, ma il copione si fa presto macchinoso e non tutte le parti della sceneggiatura riescono a trovare un degno compimento nel finale.
Le suggestioni a ogni modo non mancano, ma si ha la sensazione di essersi trovati di fronte a un'occasione in parte sprecata.

First cow

First Cow
Nel weekend berlinese è stato presentato in concorso anche «First Cow», atteso film della regista americana Kelly Reichardt.
Ambientato nel XIX secolo, racconta dell'amicizia tra un cuoco e un immigrato cinese, che provano ad avviare un'attività insieme.
Dopo aver descritto con grande sensibilità l'animo femminile in «Certain Women», Kelly Reichardt si concentra questa volta su una storia al maschile, prendendo ispirazione dal romanzo «The Half-Life» di Jonathan Raymond del 2004.
Il ritmo è piuttosto statico e ci vuole pazienza durante la visione, ma il talento visivo dell'autrice statunitense è indubbio e le sue storie continuano a essere caratterizzate da un'atmosfera affascinante e sempre personale.
Lo si potrebbe definire una sorta di anti-western, sulla scia di un'altra pellicola firmata da Reichardt come «Meek's Cutoff», anche se il tema dell'amicizia maschile era stato maggiormente trattato in «Old Joy».
Il risultato è un prodotto imperfetto ma sempre interessante e profondamente anticonvenzionale.

Le sel des larmes

Le sel des larmes
Tra i titoli più attesi della competizione c'era inoltre «Le sel des larmes», firmato da un regista importante come Philippe Garrel.
L'autore francese ripropone (come in diversi suoi lavori precedenti) il tema degli amori giovanili e una riflessione su come anche il sentimento all'apparenza più intenso possa svanire in breve tempo.
Attraverso l'uso di un bianco e nero elegante e raffinato, Garrel dà vita all'ennesima pellicola che guarda al cinema francese degli anni Sessanta, tanto per lo stile quanto per alcune scelte narrative.
Qualche incertezza c'è nella sceneggiatura e la sensazione è quella di trovarsi di fronte un'opera minore nella carriera di Garrel, ma resta comunque un lungometraggio significativo e valorizzato da un buon apparato formale.

El profugo

El profugo
Infine, una breve menzione per un film dimenticabile come «El profugo», firmato dalla regista argentina Natalia Meta.
Si tratta di un thriller dai risvolti psicologici, con protagonista una doppiatrice e cantante del coro di Buenos Aires, i cui traumi del passato sembrano sempre più prendere vita.
Inizialmente intrigante, il film si perde presto, incapace col passare dei minuti di mantenere le premesse delle primissime battute.
Deludente è soprattutto la parte conclusiva, vittima di troppe soluzioni banali e scontate, oltre che di una difficoltà evidente nel riuscire a coinvolgere il pubblico come vorrebbe.

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