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Fiducia in calo, un «sentiment» da non sottovalutare

di Rossella Bocciarelli

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2' di lettura

Il giudizio che gli altri danno su di noi è certamente importante. Non è irrilevante, certo, che il Country report dell’Unione europea segnali che gli investimenti in Italia sono fermi o che gli interventi varati con la legge di bilancio non riusciranno a sostenere la crescita economica ma in compenso faranno aumentare un debito pubblico già attestato al 131,5 per cento del Pil lo scorso anno.

Ma ai giudizi esterni, finché si tratta di valutazioni e non di sanzioni effettive (come quelle che affibbiano sui mercati le agenzie di rating, con tanto di lievitazione del costo del denaro) si può sempre replicare: aspettate e vedrete. Più difficile, invece, è prendere le distanze dalle valutazioni che noi italiani diamo su noi stessi. Da questo punto di vista, il termometro dell’autocoscienza domestica sulle prospettive della congiuntura economica è costituito dagli indici del clima di fiducia dei consumatori e delle imprese.

Ebbene, il sentiment degli operatori economici peggiora a vista d'occhio: in febbraio assistiamo a un ampio calo (un punto e mezzo in un solo mese) dell'indicatore che riguarda i consumatori che a febbraio è sceso al suo valore più basso nell'ultimo anno e mezzo; e anche l'indice composito della fiducia delle imprese continua a flettere (passando da 99,1 a 98,3 in febbraio) seguendo il deprimente trend che è in atto ormai dallo scorso mese di luglio.

Peggiorano ancora, anche se di poco, le valutazioni espresse dall'industria manifatturiera, torna a diminuire anche l’indicatore sulle costruzioni e resta attestato sotto quota 100 per il terzo mese consecutivo anche l’indicatore della fiducia dei servizi di mercato anche se nel mese dei saldi ci si può ancora consolare con l'eccezione positiva del commercio al dettaglio. Insomma, vedono nero i consumatori, che pure, come riconosce la stessa Commissione Ue nel suo report sull’Italia, dovrebbero tra breve beneficiare dell'effetto reddito di cittadinanza (forse perché pensano che a ottobre ci attende una drastica stangata?).

E vedono nero le aziende, alle prese con il rallentamento in corso nella dinamica dell’economia internazionale e in quella del nostro principale partner commerciale, la Germania, ma alle prese anche con un livello dei tassi in rialzo, segnalato da quello spread che proprio non vuol saperne di tornare sotto quota 250 punti.

    Dai duri vincoli che l’economia impone alle nostre scelte di vita si può forse prescindere quando le cose vanno bene. Com'è stato di recente osservato, nelle elezioni del 4 marzo 2018 l’elemento economico (positivo) ha contato poco e le scelte elettorali dei cittadini si sono sviluppate in rapporto ad altre categorie di motivazioni. Ma quando le cose vanno male e generano delusione e insicurezza aggiuntiva sul futuro, di solito, finiscono con il pesare nelle cabine elettorali, anche in assenza di strateghi brillanti, in grado di coniare slogan come “It's the economy, stupid!”.

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