Lo scontro

Giustizia, fiducia sul processo penale se non ci sarà l’accordo

Il premier difende la riforma Cartabia: nessuno vuole sacche di impunità, aperti a migliorie tecniche. Conte rilancia: no a processi al macero. La bocciatura del Csm

di Giovanni Negri

Giustizia, Cartabia: "Status quo non è opzione sul tavolo. Senza riforma a rischio recovery"

3' di lettura

Alla fine, sulla riforma del processo penale, si troverà un accordo sui (pochi) correttivi tecnici oppure sarà fiducia. Il Consiglio dei ministri di ieri è stato a suo modo risolutivo e ha autorizzato all’unanimità il ricorso al voto di fiducia. Il premier Mario Draghi, nella conferenza stampa al termine del consiglio, ha chiarito il senso della richiesta, invitando a non considerarla una minaccia, neppure alla vigilia del semestre bianco: «In questo modo si pone un punto fermo. C’è però tutta la volontà di accogliere modifiche tecniche che non stravolgano l’impianto del provvedimento. Modifiche che sarebbe sbagliato volere ascrivere a una sola forza politica». Del resto, ha sottolineato Draghi, «la ricerca di un punto di mediazione, per trovare una composizione tra punti di vista diversi, è stata una caratteristica dell’approccio a una materia che sapevamo difficile». E poi il capo del Governo ha voluto precisare che non c’è alcuna volontà di lasciare, per effetto dell’intervento, «aree di impunità». Ma la ministra M5s Fabiana Dadone oggi fa balenare l’ipotesi di dimissioni dei ministri pentastellati: “è una cosa da valutare insieme a Giuseppe Conte” dice. “Se è a rischio l’appoggio dei Cinque Stella al governo? - ha aggiunto -. Dipende quale sarà l’apertura sulle modifiche tecniche. L’obiettivo di tutti non è certo garantire le impunità in certi casi, ma velocizzare i processi. La tematica della prescrizione così come impostata non credo raggiunga l’obiettivo. Ci aspettiamo una discussione costruttiva, vedremo le decisioni da prendere”.

Un’apertura a modifiche stretta, quella di Draghi, a cui però il leader in pectore del M5s Giuseppe Conte fa buon viso a cattivo gioco prendendo tempo: «Il Movimento sta offrendo specifiche soluzioni tecniche - fa sapere l’ex premier in serata - per evitare che con questa riforma centinaia di processi possano andare al macero». Insomma, le posizioni restano distanti.

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Da parte sua la ministra della Giustizia Marta Cartabia, anch’essa presente in conferenza stampa, ha ricordato che il tema affrontato dalla riforma, la durata dei processi penali, «è difficile, ma ineludibile. Non è solo una richiesta avanzata nel contesto del Pnrr, ma una forma di garanzia dei diritti dei cittadini a potere avere un giudizio che si concluda in tempi ragionevoli, Di recente l’Italia è stata sanzionata per l’eccessiva durata della sola fase delle indagini preliminari».

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Cartabia ha peraltro riconosciuto che l’improcedibilità è un tema da ridiscutere, con opportuni «accorgimenti tecnici oggetto di valutazione» e che gli avvertimenti espressi da numerosi magistrati «non sono provocazioni, piuttosto preoccupazioni, sulle quali lavorare seriamente». La ministra ha però anche invitato a considerare la riforma nel suo complesso e non soltanto attraverso la lente dell’improcedibilità: «Tengo solo a ricordare l’intervento sulla durata delle indagini preliminari e sulla possibilità del Gip di intervenire sulle inerzie della pubblica accusa». Ora a disposizione c’è una settimana di tempo, visto che la nuova data per l’approdo in aula alla Camera della riforma è stata fissata per il 30 luglio. La volontà del Governo, evidente nella decisione di ieri, è di procedere comunque all’approvazione nei giorni successivi, anche in assenza di una sintesi tra le forze politiche di maggioranza, tuttora alle prese con i quasi 2.000 emendamenti presentati.

E ieri dal Csm è arrivata una netta bocciature per la riforma. A certificarla la Sesta commissione che ha approvato a maggioranza un parere molto critico, in vista del plenum della prossima settimana. Per il Csm, sarebbe elevato il numero dei procedimenti destinato a dissolversi per effetto del mancato rispetto del termine dei due anni in appello, criticità che riguarderebbe in particolare alcuni distretti giudiziari. La riforma contrasterebbe poi sia con il principio di obbligatorietà dell’azione penale sia con quello di ragionevole durata del processo.

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