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Fiere in forte ripresa, allestitori travolti dal boom di domanda

I tanti eventi concentrati tra questo mese e l’estate costringono le società che preparano gli stand a rinunciare a diverse commesse

di Giovanna Mancini

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4' di lettura

Il paradosso è che ora di lavoro ce n’è persino troppo e le aziende di allestimenti, che a causa della pandemia sono state ferme per quasi due anni, oggi si trovano costrette a rifiutare lavori e dirottare clienti su altre aziende competitor.

«Ricevo almeno una decina di richieste al giorno e devo dire molti no, a malincuore, perché non abbiamo la manodopera sufficiente per reggere questa domanda, ma soprattutto non abbiamo il tempo. La carenza di materiali è un problema, come per tutta la manifattura, ma quelli bene o male si trovano, magari pagandoli di più. Le professionalità, invece, non si trovano: vanno formate». Federico Sanmarchi, direttore generale di Arredart Studio, che realizza allestimenti personalizzati per fiere ed eventi, mostre e musei, è contento e preoccupato al tempo stesso: le attività fieristiche, e con esse il lavoro degli allestitori, sono ripartite a pieno ritmo e questo consentirà di recuperare in parte i ricavi perduti tra gennaio e febbraio scorsi, quando la diffusione di Omicron aveva portato al rinvio di quasi tutte le manifestazioni, con ricavi in perdita dell’80-85% rispetto alle attese per il settore allestimenti, che già aveva visto un crollo dell’80% nel 2020 e del 75% circa nel 2021.

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Tanti eventi fra aprile e giugno

L’altra faccia della medaglia, tuttavia, è che la riprogrammazione dei calendari espositivi ha portato a concentrare quasi tutti gli eventi tra aprile e giugno, creando non poche difficoltà al comparto degli allestitori, che si presenta a questa ripartenza «un po’ più debole», osserva Giovanni Vita, general manager della Tecnolegno di Cormano, una delle più grandi realtà del settore: «Questi due anni ci hanno devastati. E non tanto per la perdita dei ricavi, quanto per quella della manodopera e delle competenze – spiega Vita –. Oggi tutti siamo destrutturati, gli impianti non sono usati a pieno regime perché non c’è abbastanza personale. Noi avevamo circa 60 persone interne, con punte fino a 90 considerando i professionisti esterni e per alcuni cantieri arrivavamo anche a 200. Oggi facciamo fatica a mettere insieme una squadra completa di 60 addetti. Eppure il lavoro ci sarebbe».

La pandemia ha pesato sul numero degli addetti

Nei due anni di pandemia la filiera degli allestimenti (circa 500 aziende e 120mila dipendenti tra diretti e indiretti nel 2019) ha perso quasi il 40% del personale tra dipendenti e collaboratori, spiega Katia Celli, presidente di Asal, l’associazione degli allestitori aderente a FederlegnoArredo. Molti, temendo che il settore non si sarebbe ripreso, hanno preferito cambiare mestiere, cercando lavoro in altri ambiti, in particolare l’edilizia, trainata dal Superbonus e dagli altri incentivi. «Dopo la ripartenza abbiamo fatto molte assunzioni, quindi quella carenza in parte è stata colmata, ma serve tempo per formare le professionalità – aggiunge Celli – per questo sarebbe importante per noi ottenere dal governo misure ad hoc, come la decontribuzione sulla formazione e sui nuovi ingressi».

Un’occasione per aziende piccole e giovani

La presidente di Asal mette in luce anche il bicchiere mezzo pieno della situazione: «Siamo contenti, perché dopo l’ulteriore fermo di gennaio e febbraio ora c’è una grandissima domanda, anche superiore alle aspettative – dice Celli –. Quest’anno dovremmo riuscire a recuperare l’80% dei livelli di fatturato pre-Covid». Inoltre, se è vero che molte aziende devono rifiutare incarichi, è altrettanto vero che questo apre nuove opportunità a tante piccole aziende del settore che, in passato, non lavoravano per grandi espositori o per le fiere più importanti. «Per le imprese più piccole o giovani, questa può rivelarsi un’occasione per crescere».

Per molte realtà c’è stato anche un processo di ringiovanimento: «In questi mesi abbiamo assunto tanti giovani e l’età media dell’azienda si è abbassata di dieci anni – spiega Federico Sanmarchi –. Questo ci dà fiducia per il futuro, ma c’è bisogno di formare questi ragazzi e per farlo servono tempo e investimenti. Prima della pandemia eravamo in 32, poi siamo scesi e ora siamo in 31, di cui due terzi sono nuovi ingressi».

Il tema della formazione

Quello della formazione è un tema molto sentito tra le aziende. «Purtroppo come filiera, fiere e allestitori, abbiamo perso un’occasione – ragiona Giovanni Vita –. Il governo, sebbene un po’ in ritardo, ha dato molti ristori alle imprese. Ma forse avrebbe dovuto destinare parte di queste risorse, più che a coprire i mancati ricavi, a sostenere la formazione dei dipendenti già in azienda, che invece in molti casi hanno preferito cambiare lavoro piuttosto che restare in cig per mesi, e dei nuovi assunti». Perché il mondo, nel frattempo, è cambiato radicalmente e richiede nuove strategie e nuovi servizi.

«Questo settore è troppo frammentato: oggi per crescere è necessario fare massa critica, in modo da competere a livello internazionale e offrire servizi a valore aggiunto», aggiunge Vita. Per questo Tecnolegno, che realizza all’estero il 75-80% dei ricavi, ha deciso di dedicare quest’anno di transizione a investire su nuovi impianti e in formazione: «Avremmo potuto forse raggiungere i 15-16 milioni di fatturato nel 2022, contro i 20 del 2019, ma preferiamo prendere meno commesse e prepararci per quando arriverà la piena ripresa del mercato. Chiuderemo a 11-12 milioni: preferiamo rifiutare qualche incarico e nel frattempo formare le persone attrezzarci per il futuro, con grande attenzione all’estero».

Obiettivo sinergie

Di fronte ai profondi cambiamenti portati dalla pandemia – e ora aggravati dalla guerra in Ucraina – gli allestitori sentono la necessità di creare maggiori sinergie a livello di filiera, con gli organizzatori delle fiere. Per questo è stato aperto un tavolo di confronto tra Asal, Aefi (l’associazione dei quartieri fieristici) e Cfi (gli organizzatori delle manifestazioni): «Stiamo lavorando assieme per condividere i nodi e le esigenze delle nostre imprese, in modo da coordinare al meglio le rispettive attività – spiega Katia Celli –. Si è aperta una nuova fase di dialogo e collaborazione che trovo molto positiva. Questa filiera ha grandi potenzialità e, nonostante i timori che avevamo, il Covid ha fatto capire che le fiere sono una leva fondamentale per il made in Italy. Le aziende ci credono e hanno ricominciato a investire. Credo che nel 2023 torneremo ai livelli del 2019 e dal 2024 mi aspetto una crescita.

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