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Filati, la scarsa disponibilità di manodopera frena la ripresa

A Pitti Filati 114 espositori. In vetrina un settore che ha chiuso il 2021 con 2,6 miliardi di fatturato (+28,7%), poco sotto il livello pre Covid, ma che fa fatica a ripartire a causa dell’insufficienza di macchinari e di operai, a causa della riduzione degli organici avvenuta durante la fase Covid

di Silvia Pieraccini

Pitti Filati 91 (foto: AKAstudio Collective)

3' di lettura

«Il principale problema oggi è avere la capacità produttiva». L’industria italiana dei filati è una delle eccellenze del Paese, grazie a creatività e varietà, con 2,6 miliardi di fatturato 2021 (+28,7%), poco sotto il livello pre Covid. Un’industria che si risveglia dopo la pandemia sommersa di ordini da smaltire, ma in difficoltà nel farvi fronte, sia per la scarsa disponibilità di materie prime, sia per l’impennata dei costi energetici e logistici e – soprattutto – per l’insufficienza di macchinari e di operai, a causa della riduzione degli organici avvenuta durante la fase Covid, quando il mercato si era fermato.

Tra gli stand del Pitti Filati, la fiera fiorentina che si è aperta ieri alla Fortezza da Basso con 114 espositori (di cui 18 esteri) che presentano le collezioni di filati per maglieria per l’autunno-inverno 2023-2024, il refrain delle aziende è sempre lo stesso: abbiamo difficoltà con le consegne.

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«Non siamo un elastico, capace di espandersi e contrarsi a seconda delle necessità del mercato – spiega Raffaella Pinori, titolare della pratese Pinori Filati, specializzata nei filati fantasia –. Se negli ultimi anni le filature sono scomparse dal sistema è perché non c’erano più ordini; ora gli ordini sono tornati soprattutto perché c’è stato il reshoring, i marchi producono meno in Cina e più vicino a casa, e non è facile organizzarsi». Pinori, che quest’anno supererà i livelli di fatturato pre Covid toccando i 14 milioni di euro (+35%), sta investendo più di 300mila euro in nuove macchine da filatura, così da saturare gli spazi produttivi. «Ma sull’aumento del fatturato pesa l’effetto-listini – precisa Raffaella Pinori . Il prezzo medio dei nostri filati è passato da 17 a 20 euro, mentre la produzione è cresciuta di circa il 10 per cento».

Investe due milioni di euro in nuovi macchinari per cardato progettati “su misura” anche la marchigiana Cariaggi, specializzata nei filati pregiati: «Abbiamo acquistato un assortimento che produce 250 chilogrammi al giorno – spiegano Piergiorgio e Cristiana Cariaggi – per far fronte alle consegne. Prevediamo di chiudere il 2022 con 130 milioni di fatturato (+15%) e un margine operativo lordo del 10%, in linea col 2021, ma potremmo anche migliorarlo. Per fortuna non abbiamo problemi di materie prime perché abbiamo un magazzino nutrito, né di trasporti perché abbiamo spostato gli arrivi via mare sul treno».

Cariaggi è una delle aziende di filati che ha alimentato la sorprendente fase di M&A che sta vivendo il settore. Nel marzo scorso l’imprenditore del cashmere Brunello Cucinelli ha comprato il 43% del capitale (il restante 57% è della famiglia Cariaggi), operazione che ha seguito quella realizzata da Ermenegildo Zegna e Prada, che in tandem avevano acquisito il 100% della Filati Biagioli Modesto nel distretto pratese. Nelle ultime settimane il fondo milanese Ethica Global Investments, che nel 2020 aveva acquisito il 100% del pratese Lanificio dell’Olivo, si è assicurato la maggioranza della storica azienda piemontese Manifattura Sesia, attiva nei filati per aguglieria e per maglieria, classici e fantasia. Mentre la pratese Filpucci, nome storico dei filati fantasia, ha comprato per 1 milione di euro il 70% della filatura Valfilo, unica nel distretto pratese che ha una varietà di macchine in grado di realizzare produzioni diverse, dai titoli fini a quelli medi e medio-grossi fino al “bottonato” o tweed.

L’obiettivo comune è assicurarsi la filiera produttiva, strategica in questa fase. E infatti chi ce l’ha all’interno dell’azienda, se la tiene stretta: «Noi la filiera l’abbiamo integrata al 100% – spiega l’amministratore delegato di Zegna Baruffa Lane Borgosesia, Lorenzo Piacentini – e i problemi, in questo momento di ripresa, sono quelli di trovare personale e di ridurre l’impatto dei costi. Quest’anno torneremo ai livelli pre Covid di 100 milioni di fatturato grazie ai prodotti premium».

L’incognita, comune a tutte le aziende, è capire se il necessario aumento dei listini avrà un impatto sui consumi futuri. «L’anno scorso, per la prima volta, abbiamo ritoccato all’insù i listini per due volte in otto mesi – spiega Alessandro Bastagli, titolare della pratese Lineapiù, riferimento nei filati fantasia di lusso – e ora abbiamo ritoccato nuovamente i prezzi che valgono fino al prossimo ottobre. Il calo dei margini sarà comunque inevitabile perché non è possibile riversare completamente sui clienti questo aumento straordinario dei costi di energia, trasporti e materie prime». Ma annche Lineapiù quest’anno tornerà ai livelli pre Covid di 42-43 milioni di fatturato.

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