ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl confronto tra economisti

Filiere lunghe di fornitura: serve un tagliando alla globalizzazione

Pandemia e guerra mettono in discussione le filiere lunghe di fornitura ma un reshoring massiccio ancora non si vede.

di Luca Orlando

2' di lettura

Un costo del lavoro in Cina raddoppiato in dieci anni. Le tariffe dei noli moltiplicate per otto in pochi mesi. E poi le interruzioni delle forniture, che tra pandemia e invasione russa in Ucraina per le imprese diventano sempre più frequenti.

L’attuale sistema impostato sulle catene lunghe del valore - sintetizza il capo economista di Intesa Sanpaolo Gregorio De Felice - ha garantito decenni di sviluppo ma ora mostra alcuni limiti.

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Sono le catene di fornitura il focus del dibattito tra economisti svoltosi al dipartimento di sociologia dell’Università di Trento, tema quasi obbligato in un Festival dell’Economia che tratta il tema dell’ordine e del disordine.

Disordine vero e concreto, quello che subiscono le aziende. Che dopo anni di rincorsa al just in time e just in sequence riscoprono ora il valore salvifico del magazzino e che in effetti, alla luce delle ultime rilevazioni, stanno iniziando ad interrogarsi sull’opportunità di rivedere i propri schemi di fornitura. Lo fanno oltre due aziende su tre del campione sondato da Intesa Sanpaolo, una su due in quello di Assolombarda, dati che confermano un universo in movimento.

La sfida - ricorda il capo economista di Sace Alessandro Terzulli - è quella di gestire il trade off tra efficienza e sicurezza, con il rischio politico che oggi entra con prepotenza tra le nuove variabili in gioco. Ma proprio il tema dei costi - aggiunge l’economista di Oxford Economics Emilio Rossi - potrebbe in futuro far premio su altre valutazioni, una volta passata l’emergenza.

Gli ostacoli a produrre - spiega la responsabile dell’ufficio studi di Assolombarda Valeria Negri - oggi sono però il tema chiave, percepiti da un’azienda su due. Rappresentando quindi una potente spinta ad innovare. La corsa del nostro export, al nuovo record lo scorso anno, oltre i livelli pre-Covid, è il segnale di un guadagno di quote di mercato delle nostre aziende, esito possibile di un ridisegno delle catene di fornitura in giro per il mondo.

Fenomeni ad ogni modo ancora “deboli”, perché se è vero che sono numerose le aziende ad interrogarsi sull’assetto del proprio sourcing è altrettanto chiaro che fenomeni di reshoring massicci ancora non si vedono. Il punto di arrivo potrà essere un passo indietro della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta, una parziale regionalizzazione degli acquisti, un rafforzamento delle filiere locali, oppure un mix di questi diversi fenomeni.

Quel che è certo - aggiunge De Felice - è che mai come in questa fase serve una guida politica chiara, un’indicazione delle priorità che possa favorire e indirizzare questo percorso. È possibile ad esempio produrre più chip a Catania, tenendo conto naturalmente che quelle produzioni potranno costare di più rispetto a quelle asiatiche.

Ad ogni modo - aggiunge - anche se le catene del valore probabilmente verranno accorciate, gli effetti sulla crescita sono tutti da valutare: la grande certezza è che ci stiamo muovendo in terreni inesplorati.

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