LA SVOLTA AUTORITARIA DI MANILA

Filippine, richiesta di impeachment contro Duterte

di Gianluca Di Donfrancesco

Il cartello di protesta di un familiare di una delle vittime della guerra alla droga, scatenata nelle Filippine dal presidente Rodrigo Duterte, durante una manifestazione a Quezon il 14 marzo

2' di lettura

Sale di livello l’opposizione al presidente delle Filippine, Rodrigo “The Punisher” Duterte, e alla sua crociata contro la droga, che ha causato quasi 8mila morti da giugno. Contro il capo dello Stato è stata formalizzata giovedì una richiesta di impeachment firmata dal deputato Gary Alejano: tradimento della fiducia del popolo, abuso di potere, corruzione, conflitto d’interesse sono alcune delle accuse mosse, tra le quali compare anche l’utilizzo di squadre della morte nella lotta alla criminalità, durante i 22 anni passati da Duterte come sindaco di Davao.

In una conferenza stampa trasmessa in tv, Alejano ha spiegato che l’obiettivo della richiesta di impeachment è «dare ai filippini la possibilità di far sentire la propria voce per combattere i crimini e gli abusi di Duterte». Insomma, una chiamata a far fronte comune rivolta ai settori della società civile, compresa la chiesa, che non condividono le politiche del presidente.

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Del resto, è molto difficile che l’impeachment possa arrivare da qualche parte: Duterte ha il pieno controllo del Parlamento (la settimana scorsa, 11 deputati sono stati rimossi dagli incarichi ricoperti dopo essersi opposti invano alla proposta di ripristinare la pena di morte per reati legati alla droga) e gode ancora di una vasto consenso popolare, anche se in calo rispetto a quando è stato eletto, otto mesi fa. L’escalation di violenza legata alla lotta contro la droga comincia a far paura anche ad alcuni dei suoi sostenitori e nelle ultime settimane si sono svolte alcune manifestazioni di protesta.

Il Governo liquida la richiesta di impeachment come «propaganda che non diminuirà in alcun modo la popolarità del presidente».

Il 24 febbraio, la principale oppositrice alla svolta autoritaria di Duterte, la senatrice Leila de Lima, è stata arrestata dalla polizia con l’accusa di aver ricevuto tangenti dai boss del narcotraffico. Accuse respinte da de Lima, che parla di una macchinazione per metterla a tacere.

Delle ottomila vittime causate dalla guerra alla droga, promessa da Duterte in campagna elettorale, “solo” 2.500 sarebbero legate ad azioni della polizia. Le altre sarebbero riconducibili a gruppi di vigilantes e lotte tra gang, dalle quali le autorità cercano di prendere le distanze.

La vicenda di Duterte si inserisce in un quadro di crescente instabilità politica nella regione: la Corea del Sud ha appena registrato la rimozione per impeachment del presidente Park Geun-hye; il Myanmar è al centro di una complicata transizione dopo la sconfitta della giunta militare e Aung San Suu Kyi è in difficoltà nel fermare la repressione dei Rohingya da parte dell’esercito; il primo ministro malese Najib Razak è al centro di uno scandalo per corruzione e il Paese è arrivato ai ferri corti con la Corea del Nord nell’intrigo internazionale dell’omicidio del fratello di Kim Jong-un; la Thailandia è ancora sotto il controllo della giunta militare, dopo l’ennesimo colpo di Stato, tre anni fa.

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