I FILM DEL FINE SETTIMANA

«Jojo Rabbit», una satira sul nazismo ad altezza di bambino

Esce in sala il nuovo film di Taika Waititi, ma spazio anche all'atteso «Richard Jewell» di Clint Eastwood

di Andrea Chimento


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Una scena dal film «Jojo Rabbit» di Taika Waititi

3' di lettura

È possibile ridere del nazismo? Sì, secondo Taika Waititi, regista di «Jojo Rabbit», titolo tra i più attesi del weekend in sala.
Ambientato ai tempi della Germania nazista, il film ha per protagonista il piccolo Jojo, un bambino che vive da solo con la madre e trascorre buona parte delle sue giornate con il suo amico immaginario, ovvero Adolf Hitler in una versione decisamente infantile e buffonesca. Jojo ha una cieca ammirazione per il regime e cerca di servire il Führer al meglio delle sue capacità.

Liberamente tratto dal romanzo «Il cielo in gabbia» di Christine Leunens, «Jojo Rabbit» è una satira sul nazismo ad altezza di bambino, capace di prendere in giro in maniera brillante la cieca ammirazione del popolo tedesco nei confronti di Hitler.
L'idea non è certo una novità (basti pensare a «Il grande dittatore» di Chaplin, tornando indietro addirittura al 1940) e la sensazione di trovarsi davanti un prodotto che sa troppo di già visto è decisamente tangibile, ma l'assenza di grande originalità non toglie il divertimento allo spettatore, anche per il discreto ritmo dell'intera pellicola.

Una scena dal film «Jojo Rabbit» di Taika Waititi

Hitler come amico immaginario
I siparietti con l'immaginario Hitler (interpretato dallo stesso regista Taika Waititi) non sono un granché, ma il piccolo protagonista Roman Griffin Davis ha stoffa, tiene testa agli attori adulti (la madre è Scarlett Johansson) e regala alcune gag degne di nota.
Nella seconda parte, i toni si fanno più seriosi e c'è spazio anche per qualche momento sincero ed emozionante al punto giusto.
Non mancano, così, gli alti e i bassi, ma resta un prodotto da vedere, che ha vinto il Premio del Pubblico all'ultimo Festival di Toronto.
Da ricordare che Waititi era stato regista di «Thor: Ragnarok» e dell'irresistibile «What We Do In the Shadows?».

Richard Jewell
Altrettanto atteso, e più riuscito, è il nuovo lungometraggio di Clint Eastwood, «Richard Jewell». Storia vera di un uomo comune, salito agli onori della cronaca nel 1996, quando ad Atlanta si svolgevano le Olimpiadi: mentre lavorava come guardia di sicurezza, Jewell scoprì uno zaino contenente diverse bombe sul terreno di un parco durante un concerto, avvisò la polizia e aiutò a evacuare l'area prima che la bomba esplodesse, salvando la vita a molte persone. Inizialmente venne considerato un eroe, ma pochi giorni dopo i media sospettarono di lui come possibile responsabile dell'attentato.

Una scena dal film «Richard Jewell» di Clint Eastwood

Basato su un articolo del 1997 di Marie Brenner, intitolato «American Nightmare: The Ballad of Richard Jewell», il film racconta un personaggio che entra di diritto nella galleria degli “antieroi” eastwoodiani.
Attraverso una messinscena secca ed essenziale come sempre, Eastwood (che quest'anno spegnerà 90 candeline) realizza un'opera profondamente pessimista sul sistema mediatico americano, raccontando come i pregiudizi possano rovinare la vita degli esseri umani.

Grazie anche alla solida prova del protagonista Paul Walter Hauser, «Richard Jewell» è un film di buon respiro, un po' altalenante nella parte centrale, ma comunque capace di approfondire gli spunti che vuole proporre.
Anche in questa pellicola, si possono trovare riflessioni presenti in altri film del regista (si pensi a «Sully», tra i più recenti), confermando la coerenza e la personalità di uno degli autori fondamentali del cinema americano contemporaneo.

Una scena dal film «Richard Jewell» di Clint Eastwood

The Lodge
Infine, una segnalazione per l'horror «The Lodge» di Severin Fiala e Veronika Franz.
Al centro un fratello e una sorella che, dopo la morte della madre, trascorrono un weekend in una remota baita di montagna assieme alla nuova, giovane compagna del padre, che disprezzano apertamente. Ben presto, dal passato della donna emergeranno una serie di traumi che torneranno a essere una minaccia.
Noti per l'angoscioso «Goodnight Mommy» del 2014, Fiala e Franz cercano di riprenderne alcuni elementi, ma gli spunti sulla famiglia e le modalità di regia vengono ripetute senza troppa forza e finiscono per risultare piuttosto fiacche.
Qualche brivido il film lo regala, ma non ci sono grandi trovate e anche il coinvolgimento funziona solo in parte.

Una scena dal film «The Lodge» di Severin Fiala

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