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Finalissima Italia-Argentina, che figuraccia: azzurri battuti 0-3. Ora tocca ripartire

Dopo il gol di Lautaro gli uomini di Mancini si squagliano e la nazionale albiceleste gioca al gatto col topo. Adesso c’è la Nations League

di Dario Ceccarelli

Italia travolta, va all'Argentina la Finalissima

4' di lettura

Che tristezza. Che sofferenza. Che amarezza. Viene perfino da pensare che sia meglio così. Che cioè l’Italia non vada al Mondiale. Meglio non fare altre brutte figure. Vederla così sbatacchiata dall’Argentina - con quel secondo tempo che non finiva mai, loro sempre padroni della palla e noi dietro a rincorrere per evitare la goleada - ci costringe a prendere atto, una volta per tutte, che questa Nazionale è finita. Che bisogna dimenticare la bella favola dei leoni di Wembley. Che si è esaurito un ciclo. Che bisogna ricominciare dalle fondamenta. Magari non proprio da zero, ma dandogli un taglio netto, questo sì.

Una sconfitta umiliante

Non siamo più in grado di far gol. E se ce lo segnano gli avversari, come ha fatto l’Argentina dopo una trentina di minuti, allora è finita. Non riusciamo più a riorganizzarci. Ci disuniamo offrendoci, come in questo caso, alle impietose rasoiate di Lautaro, Di Maria e nel finale anche da Dybala che, appena entrato, con uno dei suoi colpi da biliardo, ha battuto per la terza volta Donnarumma, il migliore degli azzurri, e questo dice tutto.

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Questa Finalissima, tra noi e l’Argentina, tra i campioni d’Europa e d’America, avrebbe dovuto essere l’occasione per ripartire dopo lo schianto di questo autunno, quando - scivolando sulla Macedonia - per la seconda volta consecutiva siamo stati esclusi dai Mondiali. Doveva essere l’occasione per riaffermare, proprio nel tempio di Wembley, che questa Nazionale non era stato solo un bel sogno di mezz’estate, che si poteva riprendere la strada maestra del bel gioco e dell’allegria, della velocità e della fantasia. Invece ci è piovuto addosso un altro macigno. Che si spera, questa volta, ci faccia tornare alla realtà. Perchè la realtà è questa: che l’Argentina è troppo forte per noi. Non solo per lo straordinario palleggio e la facilità di gioco, ma anche per compattezza e capacità di pressing. Il tre a zero, firmato da Lautaro-Di Maria- Dybala, non rispecchia l’impressionante superiorità dimostrata dagli argentini. Mancini le prova tutte, cambia modulo, dal 4-3-3 passa al 3-5-2, nella ripresa inserisce Lazzari, Scamacca, Spinazzola, ma alla fine non cambia nulla.

Si riapre la ferita della Macedonia del Nord

Dopo l’uno a zero (Messi strappa la palla a Di Lorenzo scodellando un perfetto assist per Lautaro che sotto porta batte Donnarumma) gli azzurri si sono squagliati. È stato come se, in un attimo, si fosse riaperta la ferita dell’eliminazione dai mondiali. E gli argentini, che fiutano il nostro tracollo, vanno in cattedra. Giocano al gatto col topo e ci infilano una seconda volta poco prima dell’intervallo. Un gol da antologia che merita di essere raccontato. Bonucci, già ammonito per una gomitata a Messi, viene saltato da Lautaro che lancia Di Maria, lestissimo a bruciare Chiellini e battere Donnarumma.

E qui finisce la Finalissima. Di superlativo c’è solo il gioco dei nostri avversari. Messi è imprendibile. Sempre in movimento, è quasi impossibile marcarlo senza far fallo. Ma anche Di Maria è un fenomeno. Vederlo in azione è un piacere. Con la palla sempre incollata al piede si porta a spasso la difesa azzurra. Donnarumma, per neutralizzare le sue stoccate, s’inventa delle parate straordinarie. L’Italia è come un pugile all’angolo. La palla scotta. L’unico che tiene su la bandiera è Chiellni, che vuole onorare la sua ultima partita in maglia azzurra. Ma non poteva scegliere una serata peggiore. Lo stesso Bonucci, schiacciato dal pressing argentino, va in corto circuito. Un suo spericolato passaggio indietro obbliga Donnarumma a un affannoso salvataggio coi piedi. Il nostro centrocampo è sovrastato dalla loro mediana. De Paul, Rodriguez e lo Celso proteggono con metodico ordine i loro attaccanti.

Tutto da rifare

L’unico che si salva, almeno nel primo tempo, è Barella. Che però si sfianca per contenere Messi. Jorginho è l’ombra di sé stesso. Poco reattivo, ininfluente. Vero che non c’è Verratti, vero che Bernadeschi non è Chiesa, però questo è quello che passa il convento. Urge l’inserimento di Tonali, di forze nuove, di gente che abbia freschezza e voglia di mettersi in gioco. Su Raspadori, in questa serata da tregenda, è difficile dare un giudizio. È uno dei meno peggio, ma non basta. Anche Scamacca, entrato per Belotti, non incide. «Vogliamo costruire la squadra che vincerà il Mondiale 2026», aveva detto Mancini alla vigilia. Beh, stia tranquillo, il lavoro qui non manca.

Questa serata, amara e urticante, deve diventare lo spartiacque per ripartire. Alle apocalissi calcistiche siamo abituati. C’era già successo nel 2017, dopo l’esclusione dal mondiale in Russia. Ora dal prossimo sabato 4 giugno, quando incontreremo la Germania per il primo impegno di Nations League, bisognerà davvero voltare pagina. Poi ci sarà anche l’Inghilterra. Non sarà facile sperimentare contro Nazionali così forti. Ci esporremo sicuramente a dei rischi. Ma è necessario. Bisogna seminare con coraggio per uscire da questo tunnel di mediocrità. Siamo ancora campioni di Europa. Ma quella nazionale che un anno fa ci ha fatto sognare non c’è più.È svanita come un miraggio. C’è solo un modo per realizzare nuovi sogni: svegliarsi subito.

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