Verso la parità / 2

Finalmente anche i maschi riconoscono che le donne sono troppo discriminate

di Tiziana Ferrario e Paola Profeta

(Adobe Stock)

3' di lettura

Chi l’avrebbe mai detto che il Covid, con i lunghi lockdown e lo smart working, avrebbe fatto crescere negli uomini una maggiore consapevolezza del proprio ruolo di padri e una conseguente maggiore condivisione delle responsabilità familiari?

Un anno fa, in piena pandemia, con i vaccini che ancora non esistevano, in una ricerca che avevamo curato per il Laboratorio futuro dell’Istituto Toniolo, avevamo segnalato i rischi che la nuova situazione avrebbe creato per le donne, ma avevamo anche indicato alcune opportunità che il Covid inaspettatamente ci stava offrendo.

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A distanza di oltre un anno, lo scenario rimane cupo sul fronte dell’occupazione femminile: nel 2020 si sono persi, secondo l’Istat, 440.000 posti di lavoro, dei quali il 72,9% apparteneva alle donne (324.000 posti di lavoro). Ma in questa nuova indagine, realizzata ad aprile, abbiamo visto che emergono anche novità inaspettate, che ci lasciano ben sperare per il futuro del cammino della parità in Italia. Secondo i nuovi dati Ipsos per Laboratorio Futuro, una grande maggioranza di uomini (65%) riconosce la discriminazione come motivo principale per cui le donne guadagnano meno degli uomini e ben il 61% degli uomini che lavorano riconosce che la difficoltà di accesso ai ruoli dirigenziali è dovuta in primo luogo a discriminazione di genere (si veda il grafico).

Inoltre, una consistente percentuale di uomini concorda sul fatto che ci debba essere un migliore equilibrio tra lavoro e famiglia e una condivisione delle responsabilità di cura tra madri e i padri. Quasi un uomo su due ritiene giusto che il congedo di paternità sia obbligatorio; un’eventuale estensione di tale congedo, obbligatorio e retribuito, sarebbe

accolta molto positivamente dal 53% delle lavoratrici e dal 45% dei lavoratori. Se aggiungiamo anche la percentuale di chi ha un giudizio abbastanza positivo arriviamo al 90% di donne e 89% di uomini. In pratica, solo il 10% di donne e l’11% di uomini non è d’accordo. Tra gli uomini che lavorano con figli la percentuale di chi è d’accordo arriva al 92 per cento.

Negli uomini è aumentata anche la consapevolezza che servano più asili nido. Il 48,6% lo ritiene molto giusto contro il 60% delle donne e un uomo su due, il 52% di quelli che lavorano, è a favore della diffusione degli asili nido aziendali.

Passo in avanti anche per quanto riguarda le quote di genere nei consigli di amministrazione delle Aziende, il 62,7% degli uomini considera la misura molto o abbastanza giusta rispetto al 76,7%
delle donne.

A noi pare un vero e proprio cambiamento culturale all’interno dell’universo maschile, probabilmente un salto generazionale rivoluzionario che porterebbe ad un ribaltamento dei ruoli tradizionali nelle famiglie, ai quali siamo stati abituati da sempre. Che questa rivoluzione si traduca in fatti concreti duraturi è ancora da dimostrare, ma la strada verso un ripensamento legislativo è aperta.

Una spinta al cambiamento arriverà dal Piano nazionale di ripresa e resilienza che si muoverà principalmente su due direttive per favorire la parità e contrastare le diseguaglianze ancora molto presenti nel Paese.

Da un lato 3,6 miliardi saranno destinati al potenziamento degli asili nido e 1 miliardo andrà alle scuole dell’infanzia per ridurre i divari tra nord e sud del Paese. Dall’altro, il Piano prevede investimenti diretti a favorire l’occupazione femminile, come la certificazione di genere per le imprese e il “fondo impresa donna”, le cui misure attuative sono in fase di definizione.

Basterà? Alla luce dei nuovi dati della nostra ricerca per Laboratorio futuro dell’Istituto Toniolo sulla disponibilità dei padri ad assumersi maggiori responsabilità familiari, potremmo copiare l’esempio degli spagnoli che da gennaio hanno deciso 16 settimane di congedo non trasferibile e pagato al 100% per i neo-papà, lo stesso tempo concesso alle mamme. Le prime sei settimane potranno essere condivise.

La Spagna è diventata così il primo Paese al mondo a equiparare madri e padri, facendo in modo che la maternità non sia più vista come un impedimento all’assunzione delle donne. Stiamo parlando di un Paese latino simile al nostro e non nordico dove le politiche familiari da sempre sono più equilibrate. Che cosa stiamo aspettando ad avere un po’ più di coraggio anche in Italia e andare oltre quei dieci giorni di congedo obbligatorio per i neo-papà italiani?

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