Interventi

Finanza e ambiente: perché la crisi sanitaria può essere un’occasione

di Angelo Baglioni

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(EPA)


4' di lettura


La crisi sanitaria generata dal Coronavirus, che tanti danni ha fatto alla nostra salute e alla nostra economia, potrebbe rivelarsi una buona occasione per la politica ambientale in Europa. La finanza pubblica potrebbe recuperare il ritardo accumulato rispetto a quella privata, da anni impegnata sul fronte della sostenibilità.
Il Recovery Fund, proposto dalla Commissione UE il 27 maggio per dare impulso all’economia dei Paesi europei e farli uscire dalla pesante recessione in corso, promette di mobilitare fino a 750 miliardi di euro tra sussidi a fondo perduto (500 miliardi) e prestiti ai governi nazionali (250 miliardi). L’Italia avrà la fetta più grande di questa torta: oltre 170 miliardi, che equivalgono al 10% circa del nostro Pil. Usare bene questi soldi rappresenta una sfida importante per il nostro paese e per l’Europa. Come hanno scritto di recente Nicholas Stern e Joseph Stiglitz (Oxford Review of Economic Policy, maggio 2020), due grandi economisti ed esperti di politiche pubbliche e ambientali, il mondo si trova di fronte ad un bivio. Le ingenti misure fiscali, che verranno messe in atto come reazione alla crisi sanitaria ed economica, potrebbero essere l’occasione per fare investimenti green, in settori quali l’energia rinnovabile, l’efficienza energetica degli edifici, l’istruzione. Oppure quelle risorse verranno usate senza un particolare obiettivo e finiranno per favorire l’accumulo di emissioni dannose per il pianeta, andando addirittura in qualche caso a finanziare settori brown, come quelli ad alto consumo di combustibili fossili (pensiamo al trasporto aereo).
Se usato bene, il Recovery Fund potrà dare un impulso decisivo alla politica ambientale europea, che aveva compiuto un passo importante già alla vigilia dello scoppio della crisi sanitaria dovuta al COVID-19. Il 4 marzo scorso la Commissione ha proposto di inserire nella legislazione europea l’obiettivo della neutralità climatica (azzeramento delle emissioni nette di CO2) entro il 2050. Nel dicembre scorso era stato lanciato il Green New Deal europeo, che promette di mobilitare ingenti risorse pubbliche e private per gestire la transizione verso una economia carbon free. Coordinare le due iniziative, Recovery Fund e Green New Deal, è una necessità fondamentale per il futuro dell’Europa. Sarà un compito non facile, perché ciascuna delle due iniziative è complessa e comprende numerosi progetti e attori da coinvolgere. La proposta resa nota dalla Commissione il 27 maggio contiene già alcune indicazioni, come il rafforzamento del Fondo per una transizione giusta e del Fondo agricolo per lo sviluppo rurale, ma è solo l’inizio della partita.
Sul fronte della transizione verso la green economy, la finanza pubblica europea sembra in ritardo rispetto all’urgenza dei problemi generati dal riscaldamento globale, anche se la crisi in atto potrebbe essere l'occasione per fare uno scatto in avanti. Al contrario, la finanza privata sembra essersi messa in moto già da tempo sul fronte della sostenibilità ambientale. Il mercato degli investimenti finanziari sostenibili è in forte espansione da alcuni anni in tutto il mondo, e l’Europa è leader in questo settore. Tra il 2012 e il 2018, il valore delle attività gestite da fondi comuni “responsabili” europei è raddoppiato, passando da 250 a 500 miliardi di euro. È vero che la maggior parte di essi risponde genericamente a criteri ESG, che coinvolgono tre dimensioni: Environment, Social e Governance. Tuttavia, tra quelli tematici prevalgono quelli focalizzati sulla prima dimensione: quella ambientale. Ancora più impressionante è stata la crescita dei cosiddetti green bonds, titoli di debito i cui proventi sono utilizzati per finanziare attività “verdi”, come la ricerca e sviluppo di fonti di energia rinnovabile o di innovazioni che consentano di consumare meno energia: tra il 2014 e il 2019, le emissioni di green bonds a livello mondiale sono quintuplicate, passando da meno di 50 miliardi di dollari a oltre 250. Questi dati (e molti altri) sono contenuti nel n.1/2020 dell’Osservatorio Monetario (Università Cattolica del Sacro Cuore).
L’interesse per gli investimenti sostenibili proviene sia dagli investitori istituzionali – fondi pensione, assicurazioni e altri intermediari finanziari – sia dai risparmiatori al dettaglio. Tutti i partecipanti al mercato sono concordi nel dire che il mercato è caratterizzato da un eccesso di domanda: le emissioni di titoli “sostenibili” e più in specifico “verdi” stentano a tenere il passo con il crescente interesse degli investitori. A sua volta, questo interesse può avere due motivazioni. La prima è la volontà di destinare i propri investimenti alla buona causa della sostenibilità. La seconda è data dal fatto che spesso il rispetto dei criteri ESG va di pari passo con un buon rendimento e un basso rischio degli investimenti: le imprese che si impegnano a rispettare criteri di sostenibilità sono spesso quelle che hanno una governance migliore e una trasparenza maggiore. In altre parole: investire in modo responsabile non vuol dire rinunciare al rendimento.
Un ostacolo ad un ulteriore sviluppo della finanza sostenibile è il quadro delle regole ancora incerto. La classificazione delle attività economiche sostenibili e degli investimenti che rispondono a criteri ESG è stata finora prevalentemente affidata a soggetti privati e ad associazioni di intermediari finanziari. È evidente la necessità di disporre di una regolamentazione che consenta ai partecipanti al mercato di disporre di criteri comunemente accettati di classificazione delle attività economiche e finanziarie e di requisiti di trasparenza. Da questo punto di vista, l’Europa si è mossa prima degli altri. La strategia europea è stata delineata nel Piano d’azione pubblicato dalla Commissione UE nel marzo 2018. Questo prende come riferimento l’accordo di Parigi del 2015 e l'obiettivo di limitare il riscaldamento climatico a un valore inferiore ai 2°C (incremento rispetto ai valori pre-industriali). A valle del Piano d’azione, sono stati presi numerosi provvedimenti: dalla tassonomia delle attività sostenibili ai requisiti di trasparenza per chi fornisce servizi di investimento, alla definizione di standard europei per i green bonds e per i fondi di investimento che si vogliano fregiare della etichetta di “sostenibilità ambientale” (Ecolabel), ai criteri di gestione dei rischi finanziari derivanti dai cambiamenti climatici. Le autorità stanno finalmente definendo il quadro delle regole all'interno del quale dovrà muoversi un mercato in tumultuoso sviluppo: quello della finanza verde.

* Direttore di Osservatorio Monetario, Università Cattolica del Sacro Cuore

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