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Finanza e capitali costruttivi per le nuove sfide del retail

Il retail, nei vari cicli economici, ha quindi suscitato sentimenti contrastanti negli investitori che oscillano tra incontenibile attrazione e diffidenza

di Simone Strocchi*

(Blue Planet Studio - stock.adobe.com)

3' di lettura

Il retail, nei vari cicli economici, ha quindi suscitato sentimenti contrastanti negli investitori che oscillano tra incontenibile attrazione e diffidenza. Gli investitori di oggi devono essere capaci di apportare capitali costruttivi. Il Leverage Buy Out fine a se stesso, che ha caratterizzato l'approccio degli investitori di private equity negli anni ‘80 e ‘90, non è mai stato pienamente compatibile con ambiziosi progetti di sviluppo di impresa, poiché drena liquidità, a discapito del finanziamento dei suoi progetti di crescita. Il retail tradizionale ha sempre avuto una chiave di sviluppo per linee interne ed esterne che si confondono tra loro, poiché ogni punto vendita è una piccola impresa a sé.

E' indubbio che un format di retail che funziona, replicabile con lo sviluppo di punti vendita, rende credibili piani di crescita significativi, secondo l'assunto che sulle nuove location si determini automaticamente la stessa marginalità dei retailer di riferimento. C'è' tuttavia consapevolezza della discriminante data dalla complessità di geolocalizzazione della proposta, che ha reso e rende alcuni modelli, ancorché vincenti in qualche area circoscritta, potenzialmente perdenti su larga scala. Prova ne è che in passato (e talvolta ancora oggi), alcuni top manager di società produttrici di beni di consumo, privi di reale esperienza di retail, hanno sostenuto la narrazione di piani di crescita mirabolanti, centrati su lancio e sviluppo di catene retail monomarca (alias flaghsip store seguiti da moltiplicazione di punti vendita diretti e indiretti), che sono poi spesso deragliati nel tempo e nella pratica.

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Negli ultimi tempi, gli investitori hanno aumentato la diffidenza verso opportunità di finanziare con equity progetti di retail tradizionale e hanno spesso orientato capitali in proposte e-commerce che hanno attratto investitori a valorizzazioni talvolta folli, ma accettate nel miraggio della creazione di un nuovo “unicorn”. In questo contesto, si sta sviluppando una curva di apprendimento che consente di distinguere i format qualificati con potenziale, rispetto a modelli deboli, risvegliando l'interesse per gli operatori retail che accettano la sfida di abbinare abilmente lo sviluppo di rete fisica alla proposta di e-commerce oppure di evolvere con proposte capaci di integrare servizi alla semplice rivendita di prodotti. Anche settori dove il punto di somministrazione fisico sembrava imprescindibile e centrale, come la ristorazione, oggi propongono fruibilità dei propri prodotti e servizi sia in loco, che con formule di consegna a domicilio.

Oggi, finanza e retail sono più vicine di quanto possa essere percepito; del resto, ogni attività umana di costruzione/trasformazione o servizio è poi finalizzata a rispondere alle esigenze e agli obiettivi di benessere della collettività. L'esperienza sul campo ci ha aiutato a comprendere l'importanza di portare capitale costruttivo alle PMI italiane degli elementi distintivi della multicanalità, che è il driver delle aggregazioni che abbiamo realizzato per dare corpo a realtà che sono diventate nei rispettivi settori protagonisti nazionali e internazionali, come nel caso di Sesa, Italian Wine Brands o Digital Value. A suo modo la finanza, nella sua evoluzione imprenditoriale più aperta e fair, è un'impresa che rende accessibile alle persone la condivisione di performance.

Motivo per cui le indicazioni che posso dare agli imprenditori retail sono principalmente due: nello sviluppo tradizionale, di fermarsi ogni tanto per consolidare la crescita verificando l'effettiva capacità di generazione di cassa. E diffidare del facile sviluppo, trainato da improbabili partner internazionali ingaggiati con contratti che consentono la restituzione dell'invenduto. Aprirsi alla multicanalità, trasformando lo scontro tra e-commerce e rete tradizionale, in una incredibile opportunità di espansione.

Dal punto di vista degli investitori, il suggerimento che mi permetto di dare è di considerare le imprese di retail con rinnovato interesse, come potenziali target di investimento, cui è necessario fornire capitali e competenze utili a sostenerne lo sviluppo di multicanalità o di servizi da integrare alla proposta tradizionale, per cogliere le significative potenzialità che possono esprimere.

In tempi critici come quelli che stiamo attraversando, inoltre, il retail stimola forme di solidarietà di sistema, che parte dall'attenzione per il consumatore e ci consente di calmierare, almeno per periodi di assestamento, fenomeni inflattivi a tutela della collettività. Non solo: quando si parla di sostenibilità, è utile riflettere sull'importanza della “S” di “Social” nell'acronimo ESG, importante tanto quanto la E di “Enviromental” e la “G” di Governance. La “S” di “social” è ancora un po' trascurata, ma mai dal retail, che è una forma di impresa quotidianamente impegnata a rendere disponibili proposte di beni e servizi al consumatore, con attenzione a tutta la popolazione, per soddisfarne le comuni o variegate esigenze. E assume un ruolo determinante per aggiornare la fotografia della condizione, delle aspirazioni e delle necessità della popolazione, fino a diventare fondamentale per preservare e stabilire gli equilibri sociali delle nostre comunità.

*Managing Partner di Electa

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