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Questo articolo è stato pubblicato il 19 giugno 2010 alle ore 15:20.

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Pechino apre agli Usa, lo yuan sarà più flessibile (AP Photo)Pechino apre agli Usa, lo yuan sarà più flessibile (AP Photo)

SHANGHAI - La Cina sgancia lo yuan dal dollaro. «La ripresa e la crescita dell'economia cinese ha acquistato solidità con il rafforzamento della stabilità economica. In questo quadro, è necessario proseguire la riforma del tasso di cambio e aumentare la flessibilità del renminbi», spiega un comunicato emesso sabato sera dalla People's Bank of China.
Nonostante il tono vago e un po' criptico della nota, il senso sembra chiaro: dopo essere rimasto agganciato al dollaro per quasi due anni, lo yuan tornerà presto a fluttuare sul mercato dei cambi.

Il che, tuttavia, non implica particolari rivoluzioni rispetto al passato. Pechino, infatti, esclude che a breve termine possano verificarsi «sensibili apprezzamenti» dello yuan, giacché non «sussistono le condizioni». D'altronde, anche se il comunicato della Pboc non lo dice, il recente deprezzamento dell'euro sul renminbi ha assestato un duro colpo alla competitività del made in China sui mercati del Vecchio Continente.
Quindi, niente rivalutazioni secche e neppure generosi allargamenti della banda di oscillazione quotidiana, come auspicato dagli Stati Uniti che da mesi esercitano forti pressioni sulla Cina accusandola di protezionismo valutario. «È improbabile che la Cina abbandoni la sua tradizionale politica di gradualismo», osserva Ben Simpfendorfer, economista di Royal Bank of Scotland, prevedendo che lo yuan si porti intorno a quota 6,75 sul dollaro entro la fine del 2010 e che si rivaluti di circa il 3% l'anno prossimo.

La mossa a sorpresa della Pboc porta semplicemente l'orologio del meccanismo di cambio cinese all'estate 2008 quando, per contrastare la crisi economica globale, la Cina riagganciò di fatto il valore del renminbi a quello della moneta americana. «Si ritorna semplicemente al vecchio regime: tutto ciò che accadeva prima del luglio 2008 tornerà ad accadere d'ora in avanti», osserva Wang Qing, economista di Morgan Stanley.
Per comprendere cosa accadeva prima, è bene fare un passo indietro. Nel luglio 2005, dopo aver tenuto ancorato il valore dello yuan a quello del dollaro per oltre dieci anni, la Cina decise di riformare il proprio sistema di cambio. L'operazione si articolò in tre mosse: rivalutazione secca del 2,1% sulla moneta americana; sganciamento immediato del renminbi dal biglietto verde Usa; nuovo ancoraggio dello yuan a un paniere valutario di cui Pechino non ha mai svelato la composizione.

Da allora fino all'agosto del 2008, muovendo un passetto dopo l'altro dentro la banda di oscillazione definita dalla Pboc (il margine quotidiano è compreso tra -0,5 e + 0,5 per cento), il renminbi si è apprezzato di circa il 18% nei confronti del dollaro. Dopo di che, la marcia rialzista della moneta cinese si è improvvisamente arrestata perché, per sostenere le esportazioni in caduta libera, due anni fa il Dragone ha congelato le oscillazioni quotidiane dello yuan riagganciandolo al dollaro. Così, da quel momento fino a oggi, con grande e crescente disappunto di Washington, la quotazione del renminbi sulla moneta americana è rimasta inchiodata intorno a quota 6,8.

Ora che l'emergenza è finita, come del resto va ripetendo da mesi la stessa banca centrale cinese, quel meccanismo dovrebbe riprendere a funzionare. Il comunicato della Pboc non precisa però da quando. Il mistero non dovrebbe durare a lungo. Domenica, infatti, la banca centrale emetterà una nuova nota con le modalità operative del provvedimento. E comunque lunedì alla riapertura dei mercati si scoprirà subito se l'era seconda del peg yuan-dollaro (la prima era quella conclusasi nel luglio 2005) è davvero terminata.

La riforma valutaria cinese ha senza dubbio un forte significato politico. La perfetta scelta di tempo con cui la Cina ha tagliato il contestatissimo cordone che per due anni ha legato lo yuan al dollaro, infatti, consente al presidente cinese, Hu Jintao, di presentarsi al vertice del G20 della settimana prossima da una posizione di forza. Il messaggio per i leader che parteciperanno al summit di Toronto è chiaro: riformando il suo sistema cambio, la Cina ha fatto la sua parte per sostenere la ripresa dell'economia globale che continua a dare segni d'instabilità. Ora tocca agli altri fare la loro.

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