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Questo articolo è stato pubblicato il 16 marzo 2011 alle ore 06:42.

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Il cacao non è stato risparmiato dalle vendite che hanno investito le commodities in seguito alla catastrofe giapponese (si veda il servizio a pagina 5). La caduta dei prezzi – sia pure in parte giustificata dalla previsione di un calo dei consumi nel paese del Sol levante – maschera tuttavia le reali preoccupazioni del mercato, che si concentrano sulla Costa d'Avorio, fonte di quasi il 40% delle forniture mondiali, le cui esportazioni sono quasi azzerate e che sta ora precipitando in una nuova guerra civile.
Tre associazioni di settore, la Federation of Cocoa Commerce, la European Cocoa Association e la Caobisco, hanno rilanciato ieri l'allarme: «L'approvvigionamento e la lavorazione del cacao in Costa d'Avorio sono gravemente ostacolati – affermano in un comunicato congiunto – L'export si è fermato e i programmi per l'agricoltura sostenibile incontrano seri limiti».
Le società europee attive nel paese africano sono state esortate dall'alto rappresentante per gli Affari esteri della Ue, Catherine Ashton, a rispettare con maggiore rigore le sanzioni contro Laurent Gbagbo, che si ostina a non cedere l'incarico di presidente a Alassane Ouattara, democraticamente eletto a fine novembre: «Il cacao e altri prodotti nazionalizzati venduti dal regime di Gbagbo sono merci rubate e illegali – ha detto la Ashton – I cittadini e gli operatori economici europei devono astenersi dal farne commercio».
Gli esportatori si trovano in realtà in una situazione sempre più difficile. Il governo di Gbagbo ha annunciato la settimana scorsa la nazionalizzazione del settore del cacao e ha intimato a chiunque detenga scorte di esportarle entro fino mese, pagando le relative tasse, altrimenti ne subirà il sequestro (gli analisti stimano che nei magazzini ivoriani ci siano attualmente quasi mezzo milione di tonnellate di cacao). In tutta risposta Ouattara, come già anticipato, ha pubblicato lunedì il decreto con cui proroga fino al 31 marzo il bando all'export di cacao, ribadendo che i trasgressori «si espongono a sanzioni nazionali e internazionali» e chiarendo di considerare «nulli e invalidi» i provvedimenti emanati dal rivale. Gli scontri armati che proseguono ormai da un paio di settimane e l'impossibilità a cedere il raccolto – se non ai prezzi irrisori offerti da contrabbandieri e mediatori senza scrupoli – sta intando inducendo un numero crescente di coltivatori ad abbandonare le piantagioni di cacao.
Ce n'è abbastanza, insomma, da giustificare il timore che i prezzi – recentemente ai massimi da oltre trent'anni – possano tornare a salire. La svizzera Lindt & Spruengl, che è finora riuscita a difendere i profitti grazie all'aumento delle vendite (ieri ha comunicato utili 2010 di 242 milioni di franchi, in linea con le attese), prevede di dover alzare i prezzi nel secondo semestre, nonostante intravveda per quest'anno un'ulteriore espansione del 6-8% della domanda.
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