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Questo articolo è stato pubblicato il 25 giugno 2011 alle ore 09:10.

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Come tante piccole Goldman Sachs le banche italiane da più di un anno a questa parte si sono messe copiosamente a fare trading finanziario.
Basta leggere i dati sul portafoglio titoli che tra il 2009 e il 2010 è andato aumentando pressoché per tutte a doppia cifra. È come decidere di cercare di fare utili anziché prestando denaro, mettendosi a comprare e vendere titoli. Niente di clamoroso.

Le banche italiane non hanno in pancia se non in maniera irrisoria bond greci o portoghesi o spagnoli, ma tanti BTp e consimili. E buona parte di questo tesoretto è classificato nei bilanci tra le attività finanziarie destinate alla vendita (vedi tabella sotto).

Titoli al raddoppio
Ma è il trend che impressiona per intensità. IntesaSanpaolo ad esempio ha a fine marzo 64,7 miliardi di attività disponibili alla vendita: erano 61,6 miliardi a fine 2010 ed erano solo 35,9 miliardi a fine 2009. Con un peso sull'attivo complessivo della banca salito dal 5,7% al 9,4%. UniCredit non è stata a guardare con i titoli saliti da 34,7 miliardi a 55 miliardi e un peso che tocca ora il 5,9% delle attività della banca.

Il movimento è corale e ha visto tutti percorrere la stessa strada. Mps ha ora un portafoglio titoli non immobilizzati per quasi 22 miliardi contro i 15 di 12 mesi addietro. Ubi ha in pancia titoli negoziabili per 10 miliardi (erano 6,3 nel 2009) e il Banco Popolare a fine marzo è salito a 6,5 miliardi dai 2 miliardi del 2009.

E così le prime cinque banche italiane si ritrovano a possedere titoli da trading per la bellezza di 157 miliardi, mentre è basso il peso dei titoli detenuti fino alla scadenza. Difficile saperlo con certezza, ma il peso dei titoli di Stato italiani è preponderante. Le percentuali superano in media il 60%. Il che vuol dire che solo le prime 5 banche italiane hanno quasi 100 miliardi di titoli pubblici italiani nei loro portafogli. E la stima è per difetto.
Il rischio-Italia

Eccolo qui il rischio-Italia ben rappresentato sui big del credito. Ed ecco che si spiega come un peggioramento del merito di credito dell'Italia, secondo la logica delle agenzie di rating, non può che riverberarsi sulle banche esposte sul mercato dei titoli di Stato domestico.

Ma chi glielo fa fare alle banche di imbottirsi di bond? Il motivo è presto detto. I tassi bassi hanno fatto soffrire le banche sul margine d'interesse e allora meglio provare a compensare la caduta della convenienza a prestare denaro con un po' di trading finanziario. Non c'è rischio di credito e si guadagna di più indebitandosi pressoché a zero sull'interbancario e comprando e vendendo BTp che danno cedole al 4%. Ma c'è un ma. Il ritorno eventuale sul conto economico rischia di essere vanificato dalle minusvalenze potenziali del portafoglio di titoli di Stato. Che comprati a 100 un anno fa oggi possono valere 95 se non meno. Un gioco a due facce.
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