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Questo articolo è stato pubblicato il 12 luglio 2011 alle ore 08:29.

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Torna l'Eurobond sgradito a Berlino (AP Photo)Torna l'Eurobond sgradito a Berlino (AP Photo)

L'ipotesi che l'Efsf, il fondo salva-Stati europeo, possa emettere bond per finanziare il riacquisto del proprio debito da parte della Grecia, a prezzi di mercato, è l'ennesima variazione su una serie di proposte che mirano a un'emissione di debito europeo, i cosiddetti eurobond, o eurozone bond, o comunque di titoli per i quali la responsabilità dei Paesi sia congiunta. Nessuna di queste proposte però ha finora superato l'insormontabile ostacolo dell'opposizione della Germania.

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L'idea degli eurobond risale alla fondazione dell'area euro. Si era pensato a questa possibilità per scopi diversi, fra cui il finanziamento delle infrastrutture. Poi, a maggio dello scorso anno, si è fatta avanti come possibile soluzione alla crisi greca. Due economisti del think-tank di Bruxelles, Bruegel, Jacques Delpla e Jakob von Weizsaecker, avevano suggerito l'emissione di "blue bond" europei per il debito fino al 60% del Pil (dentro quindi i limiti di Maastricht) e per i quali la titolarità fosse in pool, e "red bond", oltre questa soglia, la cui responsabilità sarebbe rimasta nazionale. Prima bocciatura dal cancelliere tedesco, Angela Merkel, e dal suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble.

A dicembre, il ministro italiano Giulio Tremonti, da sempre un fautore degli eurobond, e il premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, avanzavano una proposta dettagliata, con la creazione di un'agenzia europea del debito e l'emissione di debito comune fino al 40% del Pil europeo. Ne nascerebbe, sostenevano, un mercato altrettanto liquido e profondo di quello dei Treasuries americani. «Intellettualmente attraente», era stato il giudizio del commissario europeo, Olli Rehn, il quale paventava però l'opposizione tedesca, dopo quella espressa a maggio. E infatti il nuovo niet di Berlino arrivò in meno di ventiquattr'ore, nonostante l'accoglienza favorevole di almeno una parte degli operatori di mercato, fra cui l'Association for Financial Markets in Europe, l'associazione dei bond trader. Altri osservatori dei mercati finanziari notavano però che, nonostante fosse tecnicamente fattibile (anche se con la complicazione di mettere assieme 16 emittenti diversi), la proposta era destinata a bloccarsi sugli interessi tedeschi: gli eurobond avrebbero rappresentato per la Germania un aggravio nei costi della raccolta rispetto ai Bund e, possibilmente, un minaccia per il rating tripla-A. Secondo qualcuno, anche altri Paesi, come la Francia, avrebbero subìto un aumento del costo di finanziamento sui mercati.

La discussione si è ravvivata negli ultimi giorni. Prima Giuliano Amato e l'ex primo ministro belga Guy Verhofstadt, insieme ad altri dignitari europei, hanno rilanciato gli eurobond, suggerendo però di farli emettere dalla Banca europea per gli investimenti, una soluzione che dovrebbe evitare modifiche ai trattati europei.

Una variante dell'idea è poi venuta la settimana scorsa dal membro del consiglio della Banca centrale europea, Lorenzo Bini Smaghi, secondo cui l'emissione di debito pubblico dovrebbe diventare una competenza europea, con le emissioni assegnate a un'agenzia sovrannazionale fino al limite per il debito pubblico concordato a livello europeo nell'ambito dei piani di stabilità. Idea da non confondere con quella degli eurobond, ammonisce lo stesso Bini Smaghi, in quanto la responsabilità resterebbe ai singoli Paesi e ci sarebbero strumenti diversi da Paese a Paese. L'ammontare andrebbe però approvato, in modo vincolante, dall'Eurogruppo.

L'emissione di bond dell'Efsf e il loro utilizzo per il buyback greco a prezzi di mercato, che costringerebbe i creditori privati a riconoscere una perdita, soddisferebbe la richiesta tedesca di coinvolgere i privati nella ripartizione degli oneri della crisi greca. Ma anche quest'opzione deve misurarsi con il placet di Berlino e dei suoi partner rigoristi di Olanda, Austria e Finlandia.
A.Me.

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