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Questo articolo è stato pubblicato il 10 agosto 2011 alle ore 08:04.

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Cosa può fare e farà la Cina del suo denaro? E cosa stanno facendo gli altri protagonisti economici in questi giorni tanto complicati? Queste le domande che inquietano oggi Pechino e dovrebbero agitare i sonni di tutti i Paesi al mondo. Infatti, con i forzieri colmi di 3.200 miliardi di dollari la Repubblica Popolare è al tempo stesso il maggiore creditore dell'America, e controlla oltre il 40% delle riserve monetarie globali.

Quindi, spostando anche lievemente il suo tesoro da una parte all'altra, dai dollari all'euro o ad altro, potrebbe condizionare tanti equilibri finanziari, già precari in un momento di crollo delle Borse mondiali. Oggi circa il 70% delle riserve cinesi è in dollari, un 20% è in euro, il resto è diviso fra gli altri. Pechino è assolutamente sconcertata dalla mancanza di gestione politica dell'economia sia dell'America che dell'Europa. L'aspra battaglia tra repubblicani e democratici per trovare un compromesso minimo che poteva esserci già il primo giorno, visto da qui, serviva solo alle agende elettorali dei due partiti, a costo del declassamento del credito americano. Parallelamente l'inerzia e la fatica dell'Europa nel risolvere il problema della Grecia ha portato al contagio della crisi anche in Italia.

E il motivo di questo stallo europeo è ancora meno chiaro di quello americano. Non si sa se sia dovuto solo alle diverse agende elettorali dei partiti tedeschi, oppure, come credono geostrateghi malpensanti di qui, serve a un piano franco-tedesco per affossare l'Europa meridionale, palla al piede dell'Europa virtuosa del nord. I due fenomeni di fatto mettono a rischio e svalutano circa il 90% delle riserve cinesi, e sottolineano l'inefficienza delle democrazie occidentali. Per le sue riserve è impensabile che la Cina venda dollari per comprare rupie indonesiane o real brasiliani, non ci sono altre obbligazioni al mondo che possano accomodare questa massa di denaro. Inoltre vendere dollari ora significa accelerare la svalutazione del biglietto verde. Infine lo yuan cinese ha un rapporto di cambio quasi fisso con il dollaro perché le due economie sono legate a doppio filo. Ma per Pechino la centralità assoluta del dollaro sembra finita. Pechino vorrebbe una riforma del sistema finanziario internazionale, limitando la centralità del dollaro e spingendo per la creazione di un paniere di monete di cui anche lo yuan potrebbe far parte. Una soluzione che potrebbe tutelare la Cina anche da rischi prossimi.

Questa riforma arriverà mai? Arriverà in tempo per frenare la valanga che incombe? In autunno la Federal Reserve potrebbe lanciare un nuovo programma di quantitative easing come stimolo economico (anche se ieri ha rinviato una decisione sul tema). Ciò però aumenterebbe il flusso di fondi speculativi in Cina e attizzerebbe le fiamme dell'inflazione che qui a luglio ha raggiunto il 6,5 per cento. Pechino vorrebbe che Washington tagliasse spese militari e allo stato sociale, per alleggerire gli oneri finanziari americani. Ma di fronte al braccio di ferro tra repubblicani e democratici, concordare una politica economica con il gigante asiatico è impossibile.

La crisi allora per Pechino non è tanto economica ma politica: una mancanza di governo, incapacità di trovare dei compromessi che non siano a malapena sufficienti. Tale deficit politico apre uno scenario di crisi più profonda di quella del 2008. Oggi la Cina teme che l'assenza di soluzioni politiche vere per America o Europa dia nuovo fiato alle spinte protezionistiche e che così si possa incrinare il sistema di libero mercato che ha trainato gli ultimi 20 anni di globalizzazione e la crescita cinese al 10% l'anno. Significherebbe che anche la politica globale rischia di prendere una nuova direzione, e a questo Pechino potrebbe già nelle prossime settimane cominciare a prepararsi.

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