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Questo articolo è stato pubblicato il 13 agosto 2011 alle ore 18:21.

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«L'economia mondiale è nel bel mezzo di una trasformazione radicale», assicura Justin Yifu Lin. Nel 2025, sei Paesi (Cina, India, Messico, Russia, Brasile e Corea del Sud) faranno da soli metà della crescita economica mondiale. Secondo il colosso della consulenza PwC, fra due anni l'economia brasiliana supererà quella inglese; nel 2018 la Cina scavalcherà gli Stati Uniti e nel 2019 il Messico farà altrettanto con l'Italia.

Inoltre, sempre a detta di Lin – che è il capoeconomista della Banca Mondiale – intorno al 2025 il sistema monetario internazionale potrebbe cessare di essere basato solo su una valuta: l'euro e il renminbi potrebbero affiancare il dollaro. Benvenuti nel mondo multipolare.
Le turbolenze degli ultimi anni non hanno rallentato la tendenza, semmai l'hanno accelerata: «Nel 2050 le economie E-7, quelle emergenti, saranno del 64% più grandi di quelle G-7», si legge nel paper The World in 2050 di PriceWaterhouseCoopers. Ovvero più delle originali previsioni, perché dopo la crisi finanziaria del 2008 le economie E-7 hanno fatto meglio delle "grandi". «E il copione si ripeterà con la crisi in corso», commenta John Hawksworth, capoeconomista di PwC, raggiunto per telefono a Londra. «Anche se prevedere il breve termine è sempre difficile, la tendenza a lungo termine rimane quella».

«Dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi – ha scritto Lin in un recente articolo – l'ordine economico mondiale che ruota intorno agli Stati Uniti, è stato costruito su una serie di taciti accordi economici e di sicurezza fra gli Usa e i suoi principali partner». Quell'ordine economico sta in piedi ancora oggi, ma s'intravede in lontananza il capolinea.
Secondo la Banca Mondiale, da qui al 2025 le economie emergenti cresceranno mediamente del 4,7% all'anno, più del doppio del 2,3% di quelle "avanzate". La demografia, così come le finanze pubbliche, remano dalla stessa parte. E la forza del mondo globalizzato e iperconnesso, è la forza delle multinazionali emergenti: se nel 2000 rappresentavano soltanto il 10% delle prime mille corporation mondiali per capitalizzazione di Borsa, oggi sono il 31 per cento. Secondo quanto calcolato da Ernst&Young in un nuovo studio intitolato Globalization 3.0, le nuove multinazionali fanno affidamento su quotazioni che negli ultimi cinque anni sono mediamente cresciute del 132% (contro il 6% delle grandi società occidentali) e di margini reddituali netti più alti del 24 per cento. «La crescita del fatturato e dei profitti nelle 150 multinazionali emergenti che abbiamo analizzato – dicono a E&Y – suggeriscono che i loro prezzi di Borsa non rappresentano una bolla, ma poggiano su genuine basi finanziarie».

Come risultato, i più antichi colossi industriali possono aspettarsi che il prossimo concorrente spunti da un qualsiasi angolo del mondo. E i rispettivi Paesi – soci di un vecchio club esclusivo – devono rassegnarsi a perdere qualche fetta di esclusività.
Le proiezioni di PwC esaminano lo scenario di 22 Paesi (il G-20 più Vietnam e Nigeria) secondo due diversi metri: uno a parità di potere d'acquisto e un altro dove si tiene conto dei cambi valutari. Il primo, è ovviamente quello che porta ai risultati più spinti. Nel 2050, gli Usa sono la terza economia, dietro a Cina e India. L'Italia è in quindicesima posizione, scavalcata anche da Brasile, Messico, Indonesia, Turchia, Vietnam e Nigeria. Però, a titolo d'esempio, diventa tredicesima se si mette in conto il minore costo della vita nel dinamico Vietnam e nella petrolifera Nigeria.

Di fatto, le cose sono ulteriormente diverse se si tiene conto del Pil procapite, a parità di potere d'acquisto. Nel 2050, la ricchezza dell'americano medio sarà ancora il doppio di quella del medio cinese (oggi è sette volte). E a quel punto l'Italia farà ancora nel G-7, almeno quello del prodotto interno procapite.
La transizione verso il mondo multipolare ha guadagnato accelerazione negli ultimi anni, ma non sarà né facile, né indolore. «Possiamo aspettarci un'ondata di scalate in Borsa – commenta Hawksworth – incluse quelle, che non credo siano imminenti, delle banche cinesi alle banche occidentali». Ma è difficile immaginarsi quando finirà l'era del dollar standard e soprattutto come: forse con gli Sdr (o Dsp, diritti speciali di prelievo) partoriti dall'Fmi, di fatto un sistema basato su un paniere di valute. Ma per gli Stati Uniti – e per il mondo unipolare che conoscevamo – sarà comunque la fine di una lunga stagione.

«È un semplice ritorno al passato», filosofeggia Hawksworth. «Prima della Rivoluzione industriale, erano la Cina e l'India i veri dominatori del commercio internazionale. Un mondo dove i poli della crescita economica sono distribuiti, non è una novità». Peraltro, potrebbe essere un'opportunità per tutti. A detta di Justin Lin, «per rafforzare la cooperazione internazionale e avanzare verso la prosperità planetaria, è necessaria una nuova governance mondiale che faccia leva su questo più elevato grado di interdipendenza». Benvenuti nel mondo multipolare. Anzi, bentornati.

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