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Questo articolo è stato pubblicato il 19 settembre 2011 alle ore 07:29.

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Il paziente irlandese procede lentamente sulla via della guarigione, dopo due anni di terapia intensiva. Quello islandese, in cura dal 2008, ha seguito alla lettera la ricetta prescritta dal Fondo monetario internazionale e ha iniziato la convalescenza. L'Ungheria ha invece sottovalutato il malessere per un po', ha avuto una ricaduta e ha optato per una cura 'fai-da-te', con alcune ombre all'orizzonte. La diagnosi del Portogallo è arrivata più tardi, all'inizio di quest'anno. Lisbona, oggi sotto l'effetto di pesanti antibiotici, è la più vulnerabile.

Quattro Paesi, patologie diverse da curare e un unico filo rosso: a intercettare il malessere è sempre il mercato, ogni volta spaventato dallo spettro di un default. Varianti della 'tragedia greca' che sta assumendo contorni sempre più allarmanti.

A Reykjavík hanno buoni motivi per festeggiare. A metà agosto l'ultimo rapporto del Fmi ha promosso gli sforzi compiuti. «Il programma di sostegno - scrivono gli esperti di Washington - è stato un successo, gli obiettivi sono stati raggiunti e il Paese è sulla via della ripresa».
L'Islanda ha bussato alle porte del Fondo nel novembre 2008, travolta da una Caporetto causata dal credito spericolato. Il Paese è precipitato sull'orlo della bancarotta dopo il fallimento delle tre principali banche.

La terra promessa con una crescita oltre l'11% nel 2007, l'anno seguente si è scoperta gracile: il bilancio si è tinto di rosso, con un deficit oltre il 5% del Pil che ha fatto lievitare il debito. Washington ha fornito un sostegno di 1,56 miliardi di euro, oltre agli aiuti di altri Stati europei che portano l'assegno totale a circa dieci miliardi. Oggi, scrive il Fmi, «un nuovo sistema bancario è emerso dalla crisi, con il coinvolgimento del settore privato». Dopo la cura il sistema creditizio è più piccolo, ma più solido e gli istituti detengono un quinto degli asset rispetto al periodo prima della crisi. Secondo Marco Rocchi, economista di Intesa Sanpaolo «il malato ha seguito alla lettera le prescrizioni dei medici e ci sono le prospettive per un ritorno alla crescita». Restano alcuni punti deboli, come l'alto debito e il surriscaldamento dei prezzi in seguito alla fiammata delle materie prime.
Irlanda e Portogallo vengono spesso associate, ma la crisi che stanno affrontando ha radici diverse. «Nella prima - sottolinea Luca Cazzulani, strategist di Unicredit - la malattia da curare è legata al sistema finanziario, nella seconda il profondo malessere è la mancanza di crescita e di competitività». In Irlanda tutto è cominciato nel 2008, ma la situazione è esplosa nell'estate del 2009, quando il governo si è detto pronto al salvataggio da circa 50 miliardi di euro delle sue banche in crisi.

Il contraccolpo si è fatto sentire sui conti, facendo lievitare il deficit al 32 per cento. Il cordone di soccorso a Dublino, nel club della Ue e dell'area euro, ha visto in prima linea il Fmi e gli altri partner europei. Il Paese ha risposto con una manovra lacrime e sangue da 15 miliardi da qui al 2014, dove i protagonisti indiscussi sono i tagli alla spesa pubblica. È stata invece salvata la tassazione agevolata del 12,5% per le imprese, tradizionale fiore all'occhiello del Paese. Sullo sfondo una profonda riforma del sistema finanziario che ha fatto guadagnare a Dublino il plauso del Fmi nell'ultimo rapporto di aggiornamento all'inizio del mese. Washington invita però a non abbassare la guardia e a proseguire nella guerra al disavanzo.

A Lisbona sono ancora nere le nubi all'orizzonte. «La cura è appena cominciata - dice Fabio Fois, economista di Barclays Capital -, ma il governo sta facendo il suo dovere. Quello che incoraggia è la maggiore stabilità della nuova compagine di centro-destra che si è appena insediata. Il lavoro da fare però è molto: a differenza dell'Irlanda che ha un'economia più flessibile e strutturata, Lisbona deve intervenire proprio sul suo sistema economico per renderlo più competitivo». La sfida - come sottolinea il Fmi nel suo primo rapporto di monitoraggio del piano di aiuti congiunto con la Ue da 78 miliardi di euro - è ritrovare la via della crescita che nel 2011 dovrebbe scivolare in territorio negativo, riducendo il peso dello Stato nell'economia. A fine agosto il governo ha annunciato «il più severo piano di tagli alla spesa pubblica dal 1974».

Ma la strada è ancora in salita. Secondo Cazzulani «il destino del Portogallo è legato a doppio filo a quello della Grecia. Se si procederà con il default di Atene l'impatto maggiore si farà sentire proprio a Lisbona: la Grecia è insolvente, il Portogallo è borderline e i tassi di crescita bassi non aiutano». A differenza della Grecia, però, Irlanda e Portogallo hanno incassato la promozione dei loro piani di risanamento da parte dell'Eurogruppo di venerdì scorso.

Ancora diversa è la situazione sul Danubio. L'Ungheria aveva già sofferto per la crisi del 2008, poi, nell'estate 2010 ha fatto tremare i mercati che hanno temuto una «nuova Grecia», a causa di trucchi contabili del precedente esecutivo. «Qui - spiega Rocchi - la malattia è dovuta a un'eccessiva esposizione estera del sistema bancario e alla necessità di un consolidamento fiscale». A rincarare la dose è stato l'atteggiamento del governo guidato dal nazionalista Viktor Orban che un anno fa ha interrotto bruscamente i negoziati con il Fmi. La settimana scorsa l'aunnuncio di una nuova cura, che passa per una manovra di austerità per riportare il deficit sotto il 3% del Pil nel 2012. «La situazione - conclude Rocchi - sta migliorando: il saldo con l'estero è diventato positivo anche grazie alla svalutazione del fiorino. Resta però da risolvere il problema del debito».

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