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Questo articolo è stato pubblicato il 28 ottobre 2011 alle ore 16:37.

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Tagliare del 50 per cento il valore nominale dei titoli greci, come previsto dalla ristrutturazione negoziata da banche e autorità europee, è ammettere che la Grecia è in default. Questo - scrive in una nota l'agenzia Fitch - rappresenta il cosiddetto "credit event", ossia quella circostanza che fa scattare il rimborso dei credit default swap, i derivati che di fatto funzionano come una polizza sul rischio fallimento.

Il giudizio dell'agenzia di rating non ha però alcun peso. In materia di derivati l'ultima parola spetta infatti alla Isda, l'associazione che riunisce le società che emettono derivati (in primo luogo le grandi banche). Quest'ultima però, come aveva già fatto quest'estate in occasione del primo accordo per la ristrutturazione del debito greco che prevedeva un taglio del 21%, ha ribadito che non scatteranno i rimborsi sui credit default swap.

«L'haircut può essere del 20, del 50 o dell'80% - spiega un portavoce dell'Isda al Sole24ore.com - ma finchè si tratta di un accordo volontario, perchè questa è ufficialmente la sua natura, non ci sarà credit event». E di conseguenza niente soldi per chi, nei mesi scorsi, ha acquistato credit default swap per coprirsi dal rischio Grecia. Quest'ultima è stata costretta a una pesante ristrutturazione e, di fatto, viene considerata fallita dal mercato. Ma chi ha scommesso che ciò sarebbe accaduto ora non può incassare la vincita.

Tutto ruota attorno a una parolina magica: volontarietà. Con l'escamotage di un accordo di questa natura si è evitato l'effetto domino sul mercato dei derivati. Ma è veramente così volontaria questa ristrutturazione? Di fatto gran parte dei creditori sarà obbligato ad aderirvi. Anche se questo rischia di mettere in discussione l'esistenza stessa della società, come nel caso delle banche greche.

L'escamotage della ristrutturazione volontaria esclude che scatti il rimborso dei credit default swap. A tutto vantaggio di chi questi contratti ha emesso: le grandi banche che, in questo caso, si comportano come compagnie di assicurazioni. Chi ci rimette invece sono i possessori dei Cds (altre banche o fondi di investimento). Gente che ha scommesso sul crack di Atene ma che di fatto non può riscuotere la vincita. Una situazione paradossale che rischia di minare la stessa credibilità del mercato dei derivati.

Chi volesse far valere le proprie ragioni a questo punto non può fare altro che fare ricorso alla Isda. In particolare alle cosiddette "determination committee", commissioni suddivise per territorio che si pronunciano sui singoli casi. Ognuna è composta da 15 rappresentanti: 10 espressione dei "dealers", cioè le società che emettono derivati, 5 nominati da "non dealers" (cioè acquirenti come i fondi di investimento) e due membri consultivi senza diritto di voto.

Com'è composta la commissione che decide per il mercato europeo, competente per i bond greci? I 10 "dealers" sono espressione di Bank of America/Merrill Lynch; Barclays; BNP Paribas; Credit Suisse; Deutsche Bank; Goldman Sachs; JPMorgan Chase Bank; Morgan Stanley; Société Générale e Ubs. I cinque "non dealers" sono il fondo Black Rock (che tra i suoi azionisti ha Barclays e BofA); BlueMountain Capital; Citadel Investment Group; D.E. Shaw Group e Pacific Investment Management Co.

L'organismo che decide sui derivati non brilla per terzietà ed indipendenza. A questa contestazione dalla Isda ribattono che i conflitti di interesse possono essere in due direzioni. Chi vota infatti è espressione di chi quei derivati può aver emesso (con interesse a non far scattare il rimborso) e di chi quei deirvati potrebbe acquistato (e con interesse a riscuotere la vincita). Ogni decisione poi dovrebbe essere presa con una maggioranza qualificata di 12 membri su quindici. Cosa succederebbe se fosse presentato un eventuale ricorso sui Cds di Atene? La commissione potrebbe veramente sentirsi al di sopra di ogni conflitto di interesse? Difficile dirlo. Bisognerebbe sapere chi tra queste società ha emesso o acquistato Cds sul debito di Atene e in che misura. In poche parole ci vorrebbe trasparenza, una parola che si concilia poco con il mondo dei derivati.

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