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Questo articolo è stato pubblicato il 31 ottobre 2011 alle ore 15:48.

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Ancora una giornata di tensione per i debiti sovrani dei paesi periferici. Il differenziale di rendimento tra i titoli italiani e tedeschi è tornato sopra quota 400 e il tasso sui BTp decennali ha fondato quota 6%, non lontano dalla "punto di non ritorno" del 7 per cento. Nonostante l'accordo raggiunto in sede europea quindi, i mercati restano dubbiosi su una possibile soluzione alla crisi dei debiti dell'Eurozona.

Oltre al problema della credibilità dei governi nell'attuare le misure di risanamento dei conti, dalle sale operative si segnala anche il nodo irrisolto sui credit default swap sulla Grecia. Nonostante la pesante ristrutturazione del debito di Atene (proprio oggi il premier George Papandreu ha indetto un referendumper sottoporre alla volontà popolare - i sondaggi parlano di un 60% di contrari - l'adesione alle dure condizioni del nuovo pacchetto di euroaiuti da 130 miliardi di euro) infatti la Isda, l'autorità che decide sui derivati, ha stabilito che, di fatto non c'è default. E questo perché l'accordo raggiunto tra banche e Ue per un taglio di circa il 50% del valore nominale sui titoli greci, ha natura formalmente "volontaria".

La questione però è controversa. Chi ha scommesso sul default di Atene ora non può riscuotere il rimborso e di fatto si trova in mano carta straccia. E un po' di amaro in bocca perché, con un haircut del 50% è difficile sostenere che la Grecia non sia in default. Lo sanno i mercati e lo hanno certificato le agenzie di rating. Venerdì scorso Fitch ha scritto che l'accordo per l'haircut sui titoli greci rappresenta di fatto un "credit event". Insomma quella circostanza che dovrebbe far scattare il rimborso dei cds si è effettivamente verificata. Non c'è quindi ragione per cui chi ha scommesso sul crack di Atene non possa riscuotere. Il problema è che le agenzie di rating non hanno voce in capitolo sui derivati.

In mattinata ha rincarato la dose anche Moody's. «La provata inefficacia dei Cds su Atene - ha scritto l'agenzia in una nota - mette in discussione anche la protezione anche su altri debiti sovrani». C'è insomma un problema di credibilità per il mercato dei credit default swap.

La questione rischia ora di pesare sulle quotazioni dei titoli di stato. Vediamo in che modo. La funzione primaria dei Cds è quella di controbilanciare il rischio crack. Funzionano come una polizza di assicurazione. Anche se sono stati spesso criticati come uno strumento degli speculatori, hanno una loro ragion d'essere nel mantenere l'equilibrio del mercato. Chi vuole comprare un Btp, ma lo considera rischioso, sarà più incentivato a farlo se avrà a dispozione uno strumento per coprirsi nell'eventualità di un default dell'Italia. Se però questo si dimostra inefficace (vedi il caso Grecia) il paracadute non funziona più e allora il mercato preferisce vendere.

Come si è arrivati a questa situazione? I credit default swap fanno paura. Fin dai tempi del crack di Lehman Brothers. Questi derivati hanno giocato un ruolo non da poco nell'innescare l'effetto domino sui mercati finanziari. «I governi - spiega Francesco Paglianisi gestore di Banca Zarattini - non vogliono che si ripeta lo stesso nel caso della Grecia. Evidentemente hanno esercitato fortissime pressioni sull'Isda per non rispettare i contratti. E questa si è inventata il cavillo della volontarietà. Vogliono salvaguardare la tenuta del sistema, ma non hanno tenuto conto degli effetti collaterali: ora i fondi si trovano senza alcun strumento di copertura sui debiti dei periferici e quindi vendono».

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