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Questo articolo è stato pubblicato il 11 dicembre 2011 alle ore 14:52.

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Un macigno, che peserà sulle banche obbligandole a riscrivere piani industriali appena pubblicati e che soprattutto costringerà famiglie e imprese a infinite peripezie (e spese più elevate) per ottenere prestiti. Da qualsiasi parte lo si guardi l'intervento dell'Eba, l'authority del sistema finanziario europeo, rischia di lasciare un'eredità pesante al nostro Paese e di porre ulteriori ostacoli a un'economia già sull'orlo della recessione.

Le previsioni sono allarmanti: secondo l'Eba i 5 principali istituti italiani dovranno racimolare 15,4 miliardi di euro per adeguare il Core Tier 1 al livello del 9% entro il prossimo giugno, con uno sforzo che rischia di tradursi in un taglio pressoché immediato dei finanziamenti all'economia reale di 30 miliardi di euro. A conti fatti si tratterebbe di una riduzione del 2% rispetto agli impieghi complessivi del 2010, cioè quanto di più simile a un «credit crunch».

Per capire come sia possibile arrivare fino a un punto simile, occorre considerare che per rispondere alle richieste dell'authority la sola UniCredit ha scelto la strada maestra (ma onerosa) dell'aumento di capitale. Le altre banche (tranne Intesa Sanpaolo, che non dovrà adeguare i coefficienti) cercheranno in tutti i modi di non ricorrere nuovamente al mercato. Sceglieranno quindi vie alternative quali la conversione di obbligazioni, la sospensione dei dividendi, la cessione di asset non strategici e l'adozione di nuovi metodi di valutazione delle attività a rischio.

Tutto ciò non sarà però sufficiente e si renderà probabilmente necessario rivedere le stesse strategie sugli impieghi verso la clientela: dopotutto il Core Tier 1 è un rapporto, e se non si riesce ad aumentare ciò che sta al numeratore (patrimonio) occorre diminuire il denominatore (le attività a rischio). In gergo tecnico si parla di «deleveraging», ma in parole povere questo può significare che le banche dovranno ridurre i finanziamenti all'economia reale, e non di poco. Gli analisti di Value Partners stimano (vedi grafico a fianco) che attraverso questo tipo di azioni i 5 principali istituti italiani riusciranno a coprire circa 2 dei 15,4 miliardi di euro necessari a portare il Core Tier 1 al 9%. Tradotta in soldoni, una simile azione sugli impieghi ponderati per il rischio minaccia di trasformarsi in un calo di circa 30 miliardi dell'ammontare di prestiti che le big (insieme rappresentano il 62% dell'attivo complessivo del sistema bancario nazionale) concedono a imprese e famiglie.

Se alle richieste dell'Eba si aggiungono poi le aggravanti di uno scenario sempre più penalizzante sui tassi di interesse (che riduce il margine di intermediazione delle banche) e del maggior costo della raccolta (che impatta sul margine di interesse, se le spese non sono scaricate sui clienti) si può avere un'idea di quale sia l'impatto sulla redditività degli istituti di credito. Sempre Value Partners calcola che l'azione combinata dei tre fattori possa costare quasi 2 miliardi di euro in termini di utili per le grandi banche italiane rispetto a quanto preventivato per il 2013 dai piani industriali: si pensava di raggiungere una cifra di 11,3 miliardi, si arriverà a malapena a 9,5 miliardi, cioè il 16% in meno.

Più in generale, le banche italiane sono adesso alle prese con piani strategici e obiettivi ormai irrealistici. Se si esclude UniCredit, le linee guida per il biennio 2011 e 2013 (e le indicazioni per i due anni successivi) sono state elaborate prima dell'estate: da allora sono passati soltanto pochi mesi, ma sembra trascorsa un'era. «Lo scenario che si è delineato negli ultimi mesi – sottolinea Gabriele Benedetto, senior manager di Value Partners – obbligherà le banche a riformulare le previsioni, ci aspettiamo una correzione dei piani industriali nel secondo semestre del prossimo anno, ma soltanto dopo che l'Eba avrà chiarito fino a quando gli istituti dovranno mantenere il Core Tier 1 al 9%».

Oltre che sui numeri si dovrà però ragionare anche sulle strategie, perché per compensare il calo degli utili le banche non potranno agire ancora sui costi né probabilmente fare affidamento sulle cessioni. «La sfida del futuro – aggiunge Benedetto – sarà vinta da chi saprà rivedere il ruolo della filiale all'interno del nostro sistema bancario, perché una corretta riorganizzazione del canale fisico verso attività ad alto valore aggiunto favorirebbe la capacità delle banche di ridurre i costi aprendo al tempo stesso la strada a nuove fonti di ricavo». Il processo, tuttavia, sarà inevitabilmente lungo: nel frattempo l'Italia dovrà convivere con lo spettro del «credit crunch».

m.cellino@ilsole24ore.com

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