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Questo articolo è stato pubblicato il 11 maggio 2012 alle ore 09:12.

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Jamie Dimon (Foto Bloomberg)Jamie Dimon (Foto Bloomberg)

NEW YORK - L'hanno chiamato, con un soprannome azzeccato, la London Whale, la balena di Londra. Una Moby Dick della finanza che ha causato a Jamie Dimon di JP Morgan, intrepido capitano Achab su mercati tempestosi, un naufragio da due, forse 2,3 miliardi di dollari. Sono queste le perdite di trading accumulate in poche settimane, sei per l'esattezza, da scommesse sbagliate sui derivati compiute da un'oscura divisione della banca, il Chief Investment Office, formalmente incaricato di effettuare hedging, cioè di proteggerla dal rischio. E soprattutto dal suo uffficio di Londra e da un trader divenuto appunto noto, per le dimensioni e l'aggressività delle sue operazioni, come la Balena.

Le perdite-shock della principale banca statunitense per asset, che alla fine del secondo trimestre potrebbero totalizzare oltre tre miliardi, stando alle prime ricostruzioni sono state generate da puntate troppo ottimistiche originate almeno in parte in Europa. Il Wall Street Journal indica tra i protagonisti cruciali il trader Bruno Michel Iksil, che vanta compensi da cento milioni di dollari l'anno e lavora anzitutto dalla capitale britannica: ha effettuato ingenti quanto fallimentari operazioni su credit default swap, attraverso un indice che segue 125 aziende. La sua posizione in derivati aveva oltrepassato il valore nominale di cento miliardi. L'ultima scommessa, quella del disastro, lo avrebbe visto vendere Cds, protezione contro default, nella convinzione che le condizioni finanziarie andassero migliorando. Quando il costo della protezione delle aziende ha al contrario preso a salire, sono scattate perdite.

La debacle, del tutto inattesa da analisti e operatori di mercato, è gestibile da JP Morgan sotto il profilo strettamente dei costi: solo nel primo trimestre dell'anno la banca ha generato profitti per 5,4 mliardi. Ma il colpo d'immagine è altra cosa: Dimon era considerato finora il nuovo re di Wall Street, capace di superare a gonfie vele la crisi del 2008. Secondo alcuni il chief executive sarebbe stato al corrente di molte delle mosse nel trading, sottovalutando lui stesso i rischi. La vicenda ha anche rilanciato i dubbi sulla salute delle grandi banche e gli appelli ad accelerare le riforme dell'alta finanza per imbrigliare nuovi e pericolosi eccessi. I titoli del settore, riflettendo la paure che le sorprese negative non siano finite, sono caduti ieri sera nel dopo mercato: JP Morgan ha ceduto oltre il 6% ma anche rivali quali Citigroup, Goldman Sachs, Bank of America e Morgan Stanley sono tutte scivolate di oltre il due per cento.

Alcune banche americane, ad esempio, hanno aumentato di recente la loro esposizione alla periferia del Vecchio Continente, Italia compresa. E il passo falso di JP Morgan potrebbe metterle ora sotto più attenta osservazione da parte degli investitori. Goldman Sachs ha più che raddoppiato la sua presenza in titoli a breve del governo italiano nel primo trimestre, a 8,2 miliardi. E Citi, in un filing alla Sec giovedì, ha indicato di aver aumentato l'esposizione netta ai paesi europei in difficoltà, i Piigs, a 9,1 miliardi da 7,7 miliardi alla fine dell'anno scorso, soprattuutto sull'Italia.
Dimon, in un'affrettata conference call convocata ieri sera dopo aver depositato il filing alla Sec che rivelava le perdite miliardarie, ha cercato di contenere lo shock con un doppio messaggio: da un lato ha ammesso le responsabilità al vertice e promesso di correre ai ripari, dall'altro si è sforzato di essere rassicurante sulle condizioni delle banche. Ha parlato di errori a JP Morgan che saranno corretti, di una "strategia difettosa e complessa", caratterizzata da "cattiva esecuzione e supervisione". Ha poi affermato che "se noi siamo stati stupidi, questo non significa che lo siano stati anche altri".

Una pioggia di richieste per stringere i controlli sulla finanza non è però tardata. Il senatore democratico Carl Levin è stato il piu' esplicito: «Questa è l'ultima dimostrazione che ciò che la banche chiamano hedging è spesso fatto di scommesse rischiose che le grandi banche non dovrebbero mai poter fare». Servono, ha aggiunto, «efficaci e duri standard da parte delle autorità di regolamentazione per proteggere i contribuenti dal pericolo di essere nuovamente costretti a coprire simili perdite». Dimon ha sostenuto che le controverse attività del Chief Investment Office, di fatto un hedge interno alla banca tenuto lontano dai riflettori, non sarebbero state coperte dalle riforme, in particolare dalla Volcker Rule che vieterà in futuro il potenzialmente redditizio quanto rischioso tradig per conto proprio dei colossi bancari. Non tutti sono parsi convinti: i confini del trading proprietario appaiono piu' che mai al centro del dibattito.

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