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Questo articolo è stato pubblicato il 09 ottobre 2012 alle ore 11:54.

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(Reuters)(Reuters)

Oggi Angela Merkel fa visita alla Grecia. Per il passaggio della cancelliera tedesca il governo di Atene ha predisposto massima sicurezza con 6.500 poliziotti per evitare scontri. Perché sono mesi che il popolo greco scende in piazza per protestare contro l'austerity, termine che sintetizza le dure manovre sui conti pubblici, altra spietata faccia di questa pazza crisi finanziaria ed economica.

Nel periodo 2009-2011 - quando è partita l'onda di austerity tra i Paesi più fragili dell'Eurozona - il Pil della Grecia è calato del 18% a fronte di una correzione sul saldo primario pari all'11,9% del Prodotto interno lordo. Nello stesso periodo il Pil dell'Irlanda (altro Paese che come Grecia e Portogallo ha chiesto gli aiuti alla Troika, Unione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) è calato del 13% a fronte di misure di austerity corrispondenti al 4% del Pil (tabella sui costi dell'austerity nel mondo).

Questi numeri aiutano a capire, almeno in parte, perché la Spagna di Mariano Rajoy stia cercando in tutti i modi di evitare di ricorrere agli aiuti europei previsti dal nuovo pacchetto fondo salva-Stati Esm/scudo anti-spread. Di evitare quindi quella sorta di commissariamento europeo che fornirebbe sì la liquidità necessaria per tappare buchi di bilancio e favorire una riduzione dello spread nel breve periodo, ma potrebbe rendere il Paese meno attraente per gli investitori stranieri innescando una spirale al ribasso sulle prospettive di crescita. Tenendo conto, inoltre, che una richiesta formale di sostentamento da parte di Madrid potrebbe spingere anche l'Italia dopo poco nella stessa direzione. Con un costante impoverimento delle classi medie.

In questo contesto il governatore della Bce Mario Draghi ha difeso proprio oggi lo scudo anti-spread. «Il programma di acquisto di bond della Bce, l'Omt, fornisce all'Eurozona una rete di protezione pienamente efficace per evitare scenari distruttivi».

Dove sta la verità? Meglio ricorrere agli aiuti così progettati dall'Unione o temporaggiare il più possibile? «Dal punto di vista reputazionale la partecipazione al programma di aiuti equivarrebbe all'ammissione del singolo paese di trovarsi in condizioni economicamente disastrose con il conseguente effetto perverso sui propri tioli sovrani - afferma Laura Tardino, strategist di Bnp Paribas investment partners -. È quindi facile intuire che il salvataggio arriverebbe in extremis e a condizioni durissime imposte dai "salvatori" privi di legittimazione democratica perché non eletti dal popolo. La strada che si aprirebbe davanti allo stato richiedente sarebbe verosimilmente quella seguita negli ultimi anni dalla Grecia».

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