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Questo articolo è stato pubblicato il 23 ottobre 2012 alle ore 07:14.

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Le società di rating tendono a dare buoni voti alle banche più grandi. E a quelle con cui fanno più affari. Questa tesi non è sostenuta da un gruppo di attivisti del movimento Occupy Wall Street, ma è ben articolata in un documento della Banca centrale europea, intitolato «Bank ratings: what determines their quality?» (clicca sul link per scaricare il documento integrale), che viene anticipato dalle pagine del Sole-24 Ore oggi in edicola.

Fin dalla copertina, come è prassi in questi casi, la Bce spiega con una nota che il contenuto del working paper riflette il punto di vista degli autori (tre accademici, tra cui uno spagnolo) e non riflette necessariamente il punto di vista della banca. Ma nonostante questa precisazione d'obbligo, la portata "politica" del documento è sotto gli occhi di tutti i lettori. La Bce da mesi sta lavorando a nuove norme europee per regolamentare l'attività delle agenzie di rating.

Promosse le grandi banche e chi fa derivati
Come spiegano gli autori fin dalle prime righe, formule matematiche e statistiche dimostrano quanto segue: «Le agenzie di rating tendono a dare voti positivi alle banche di grandi dimensioni e alle istituzioni che più frequentemente alimentano il business delle agenzie, emettendo titoli derivati». Lo schema è chiaro: da una parte, le banche che emettono derivati sottoponendoli, come prevedono le norme, al giudizio delle agenzie di rating (le quali, in cambio della valutazione, ricevono laute commissioni). Dall'altra le banche che prendono buoni voti, che - risulta dallo studio - coincidono con quelle del primo gruppo.

Le banche "promosse" tra i più grandi emettitori di derivati
Per misurare la qualità del rating al sistema del credito assegnato dalle più importanti agenzie – Moody's, Fitch e S&P – gli studiosi della Bce hanno analizzato il database della piattaforma Dealogic, che include i 1.189 soggetti emettitori di titoli derivati abs (asset-backed securities), i quali tra il 1990 e il 2012 hanno emesso titoli per un valore facciale pari a 6 trilioni di dollari. Successivamente, lo studio ha preso in considerazione i primi 200 emettitori, che da soli coprono il 90% del mercato. Incrociando la lista con quella delle 369 banche che hanno ricevuto i migliori voti da parte delle agenzie di rating, si sono accorti che esistevano 53 istituti presenti in entrambe le liste. E che i rimanenti 147 emettitori, nella quasi totalità dei casi, non sono banche.

Elaborando il dato sull'intero periodo (per i dettagli tecnici si veda il documento alla pagina 15) si scopre, inoltre, che 10 delle 53 banche gestiscono il 65,7% del valore emesso in origine.

Il doppio circolo vizioso
Il fatto che le agenzie di rating tendano a dare buoni voti alle banche più grandi e a quelle con un gran numero di derivati in pancia non sorprende, anche alla luce di recenti, e meno recenti, scandali finanziari (basti pensare al caso Lehman Brothers, che ha potuto godere di ottime valutazioni da parte delle agenzie di rating fino alla vigilia del fallimento). Piuttosto, è l'ennesima conferma – questa volta su basi matematiche e statistiche – che il sistema del rating non è immune da errori, e che spesso tende ad essere autoreferenziale. Alimentando così il rischio sistemico sui mercati finanziari.

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