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Questo articolo è stato pubblicato il 01 febbraio 2013 alle ore 13:56.

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Il Montepaschi, la più antica banca del mondo e tra le prime banche italiane e della zona dell'euro, non fallirà: si rimetterà in sesto con le proprie forze, e il sostegno del mercato, oppure sarà salvata dallo Stato. Non solo perché lo promette il Governo italiano ma perché è così che vanno le cose nell'Eurozona. I 17 Stati che aderiscono all'euro (per non parlare di Regno Unito e Stati Uniti) hanno deciso di gestire così questa crisi bancaria, con i salvataggi: una crisi scoppiata con i subprime americani e aggravata dallo scoppio delle bolle speculative immobiliari, dall'arrivo della recessione, dal crollo dei titoli di Stato periferici e puntellata dalla stretta dell'autorità bancaria europea Eba che alla fine del 2011 ha deciso di portare il patrimonio di vigilanza Core Tier 1 delle banche sistemiche europee al 9 per cento (un livello molto alto e di emergenza).

I salvataggi europei
La Spagna ha dovuto rafforzare le proprie banche con un'iniezione di capitale dal settore pubblico ma non avendo, lo Stato, soldi a sufficienza, ha chiesto in prestito all'Eurozona – tramite il fondo di stabilità ESM – 40 miliardi di euro: li ha avuti e ne ha a disposizione altri 60, dovessero servire. L'Irlanda e la Grecia hanno salvato le proprie banche grazie all'Efsf, il fondo di stabilità temporaneo, con uno sforzo corale dell'Eurozona. Il debito pubblico italiano è salito negli ultimi due anni proprio per contribuire a salvare le banche irlandesi e greche.
Fatta questa premessa, il caso MPS serve comunque ai clienti e ai risparmiatori che hanno investito nei prodotti della banca per rivalutare con grande attenzione il rapporto rischio/rendimento dei diversi strumenti sottoscritti. Una piramide dei rischi aiuta.

I rischi più alti
L'investimento più rischioso in assoluto è l'azione, definita per l'appunto capitale di rischio. Nel caso di fallimento (teorico, non è questo il caso del Monte), le perdite vengono assorbite in prima istanza dagli azionisti. Questa è la punta della piramide. Alla base, all'opposto, i conti correnti e i depositi: il decreto legislativo 24 marzo 2011 n.49, in conformità di una Direttiva Ue, dispone l'applicazione di un limite massimo di rimborso per depositante pari a 100.000 euro, nel caso di dissesto bancario (e non è questo il caso del Monte). Sotto l'ombrello italiano ed europeo dei salvataggi garantiti delle banche il limite dei 100.000 è teorico: i conti correnti e i depositi sono un ottimo parcheggio della liquidità. Conti correnti e depositi infatti non sono titoli di debito e non hanno un mercato secondario come le obbligazioni: questo significa che l'ammontare del capitale versato non cala in base all'andamento del mercato e viene remunerato (anche se poco) dalla banca.

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