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Questo articolo è stato pubblicato il 07 febbraio 2013 alle ore 06:43.

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Andrea MangioniAndrea Mangioni

Andrea Mangoni rassegnerà oggi le dimissioni dalla carica di direttore generale di Telecom Italia per l'America Latina che ricopriva dalla scorsa estate. Il divorzio dal gruppo di tlc sarà quindi definitivo e non solo limitato alla carica di amministratore delegato di Tim Brasil che Mangoni rivestiva ad interim dopo la fuoriuscita di Luca Luciani. Dal vertice della controllata carioca di Telecom Mangoni si è già dimesso martedì, a valere dal 4 marzo, informando il cda che era riunito a Rio per l'esame del preconsuntivo 2012. La casella brasiliana sarà presto rioccupata: alla guida operativa di Tim Brasil dovrebbe arrivare l'attuale ceo di Cisco nel Paese Sudamericano, Rodrigo Abreu. Cambio al vertice in vista anche per Telecom Argentina, dove dovrebbe approdare Stefano De Angelis, uno dei responsabili dell'area amministrazione e controllo del gruppo che era il candidato interno alla direzione finanza poi assegnata a Piergiorgio Peluso.

Ma è nell'organizzazione complessiva del gruppo Telecom che l'uscita di Mangoni lascerà un vuoto che probabilmente non sarà colmato: si tornerà forse al vecchio organigramma che non prevedeva una direzione generale per il Sud America. La decisione del manager dimissionario non è però in polemica con il presidente Franco Bernabè che l'aveva chiamato in Telecom, dopo l'esperienza a capo di Acea, per affidargli la responsabilità della direzione finanza. Piuttosto il motivo del divorzio risale a una divergenza di vedute sulle strategie del gruppo all'interno del team manageriale, divergenza che non è stato possibile ricomporre e che riguarda non solo il Sudamerica ma anche il mercato domestico. In casa Telecom sta difendendo i margini reddituali, a colpi di tagli di costi, da una concorrenza sempre più agguerrita in un mercato maturo e in un contesto recessivo dove i nuovi orizzonti aperti dall'evoluzione della tecnologia non si sono ancora tradotti in crescita.

In America Latina, dove l'ex impero si è ristretto al presidio della roccaforte brasiliana e all'impegno riconfermato in Argentina, Telecom ha cercato di crescere con operazioni, come Intelig e Aes Atimus, che comportassero esborsi limitati o nulli per non appesantire le finanze del gruppo e non dover battere cassa agli azionisti. Ma ora che anche il contesto economico del Sudamerica è in rallentamento – per lo meno non cresce più ai ritmi spumeggianti del passato – ci vorrebbe forse un colpo d'ala per mantenere e possibilmente incrementare il contributo che negli ultimi anni è arrivato dall'area.

In Brasile Tim ha ottenuto ancora risultati ragguardevoli nel 2012, sebbene questo non sia un'assoluta garanzia di replica per il futuro. La holding Tim Participaçoes ha chiuso infatti l'esercizio con utili netti per 1,5 miliardi di reais, aumentati del 17,4% rispetto al 2011, su ricavi in crescita del 10% a circa 18,8 miliardi di reais. Il monte-dividendi proposto sale del 39% a 743 milioni di reais. La quota di mercato nella telefonia mobile è salita al 26,9%, superando i 70 milioni di clienti.

La questione delle dimissioni di Mangoni approda oggi sul tavolo di un consiglio che si presenta impegnativo per Telecom e promette di andare per le lunghe. Oltre al preconsuntivo dell'esercizio 2012, il board dovrà anche esaminare l'aggiornamento del piano industriale e affrontare il tema della possibile cessione di Ti media-La7. Procedura quest'ultima in corso da mesi che ha visto alla fine emergere due offerte, economicamente poco soddisfacenti, alla vigilia di una scadenza elettorale incandescente, mentre all'ultimo minuto sarebbe spuntata una terza proposta tutta da definire. Contro la vendita della tv si sono schierati i piccoli azionisti Asati e il segretrario dell'Fnsi Franco Siddi. Mediobanca, che ha in mano il dossier, a quanto risulta sarebbe determinata a portare a termine il mandato. Il management Telecom è tutt'altro che convinto. L'esito non pare scontato.

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