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Questo articolo è stato pubblicato il 12 febbraio 2013 alle ore 08:16.

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Quattro banche per l'aumento di capitale di Rcs. A quanto risulta, a curare l'operazione saranno Intesa-Sanpaolo, Mediobanca, UniCredit e Ubi. Quest'ultima, l'unica delle banche a non essere azionista diretta o indiretta del gruppo editoriale, è una new entry rispetto ai nomi circolati finora.

La ricapitalizzazione da 400 milioni, che dovrebbe partire in primavera, dovrebbe essere sottoscritta dalla quasi totalità dei soci del patto di sindacato che ha in portafoglio circa i due terzi del capitale. Si prevede solo qualche defezione tra i soci con quote minori, mentre Carlo Pesenti – interpellato riguardo alle intenzioni di Italmobiliare che detiene il 7,4% vincolato al patto, la terza maggior quota sindacata – ha detto che questa settimana valuterà, ma che l'adesione all'operazione dipende anche dalle condizioni.
Anche i grandi soci esterni al patto – Giuseppe Rotelli, che controlla oltre il 16% dei diritti di voto, Diego Della Valle che ha l'8,69% e il gruppo Benetton col 5,1% – dovrebbero partecipare compatti per non diluirsi, anche se almeno i due azionisti maggiori avevano sostenuto la necessità di una ricapitalizzazione superiore, tant'è che nei mesi scorsi si era parlato di un importo variabile dai 400 agli 800 milioni.

Il nodo è l'elevato indebitamento – 875,6 milioni a fine settembre, nonostante la cessione della casa editrice francese Flammarion – contratto per finanziare l'acquisizione della spagnola Recoletos nel 2007, pagata oltre 900 milioni tutti in contanti. Inutile dire che la crisi economica ha falcidiato il valore dell'asset spagnolo (in parte già abbattuto dall'impairment), ma in più si è aggiunta la crisi "strutturale" dell'editoria cartacea che non consente di ipotizzare il rimborso del debito facendo affidamento sul cash-flow, in drastico ridimensionamento, generato dal business.
È passata invece la linea dell'asticella bassa dei 400 milioni di aumento, che consente l'adesione di quasi tutti gli azionisti dell'azionariato di controllo. Ma è una linea che di fatto richiede maggiori sacrifici all'azienda, stretta tra l'urgenza di ridimensionare il debito (l'obiettivo iniziale del management era di azzerarlo) e la necessità di sostenere il piano di investimenti per lo "sviluppo", quantificati in 300 milioni nel board prenatalizio. Infatti si preannuncia un piano industriale lacrime e sangue. Il numero degli esuberi è salito dai 500 ipotizzati inizialmente a 800 (di cui 640 in Italia, il resto in Spagna), ed è evidente che il quasi dimezzamento dell'organico non potrà essere gestito con i soli prepensionamenti.

È prevista inoltre la cessione o la chiusura, se non si riuscirà a venderle, di dieci testate periodiche: A, Astra, Brava Casa, L'europeo, Max, Visto, Novella 2000, Yacht&Sail, Ok Salute e le testate di enigmistica.
Ma il vero colpo di scena dell'ultima ora è la proposta di "valorizzazione" dell'intero quadrilatero immobiliare tra via Solferino e via San Marco, compresa la storica sede del «Corriere della Sera». Con la conseguenza che, secondo i programmi, verranno trasferite anche le redazioni dei quotidiani – il Corriere e la Gazzetta dello Sport – in via Rizzoli, negli edifici della periferia milanese che già ospitano gli uffici amministrativi e i periodici.

Se il trasloco del Corriere sarà confermato, sarà da vedere come reagirà il direttore del primo quotidiano nazionale, Ferruccio De Bortoli, che si era speso personalmente, con una lettera inviata al consiglio, per il mantenimento della sede storica di via Solferino, un "simbolo" per la città di Milano che ora potrebbe essere sacrificato sull'altare dei conti in rosso. Non è un mistero del resto che parte dell'azionariato fosse propenso a un ricambio non solo manageriale e che una candidatura per la direzione del Corsera, sostenuta in particolare dal presidente Fiat John Elkan, sia quella dell'attuale direttore di La Stampa, Mario Calabresi.
Al consiglio che si terrà oggi per l'aggiornamento sul piano (nessuna delibera prevista) si porterà anche la decisione del vertice della società – il presidente Angelo Provasoli, l'ad Pietro Jovane e i più stretti collaboratori – di ridurre del 10% i propri compensi.

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