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Questo articolo è stato pubblicato il 12 marzo 2013 alle ore 06:43.

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La "green economy" all'americana – basata sull'utilizzo di quantità crescenti di biocarburanti – sembra essere andata definitivamente in crisi. L'obbligo di miscelare etanolo alla benzina, già criticato perché sottrae mais agli impieghi alimentari, sta ora provocando difficoltà anche nel settore petrolifero, con ricadute potenzialmente pesanti per i consumatori e le imprese su entrambe le sponde dell'Oceano Atlantico.

Al Nymex di New York i prezzi della benzina si stanno surriscaldando e i rialzi hanno iniziato a contagiare il greggio: una tendenza che, se confermata, non danneggerà soltanto gli automobilisti a stelle e strisce. Le società di raffinazione europee, già in crisi, rischiano inoltre di veder calare ulteriormente le loro esportazioni di benzina verso gli Usa.
A diffondere il nervosismo sui mercati è un indicatore che fino a pochi giorni fa era noto solo a una ristretta cerchia di addetti ai lavori: il prezzo dei Rin o Renewable Identification Numbers. Si tratta di codici a 38 cifre, ciascuno dei quali rappresenta un gallone di etanolo prodotto negli Usa, che i raffinatori possono acquistare per assolvere agli obblighi di miscelazione di etanolo, nel caso in cui non vogliano o non possano utilizzare davvero il biocarburante: un sistema simile a quello dei nostri crediti sull'emissione di Co2. Ebbene questi Rin, che sono sempre costati pochi cents, hanno improvvisamente cominciato ad apprezzarsi in modo esponenziale: dall'inizio dell'anno sono saliti del 1.900% fino a superare la settimana scorsa per la prima volta il prezzo di un dollaro.

Per capire che cosa sta succedendo bisogna fare un passo indietro: al 2007 per la precisione. In quell'anno – quando alla Casa Bianca c'era ancora George Bush e gli Stati Uniti non avevano ancora sperimentato né la benedizione dello shale oil, né il crollo dei consumi causato dalla recessione globale – il Congresso Usa approvò il Renewable Fuels Standard: legge che impone l'obbligo di miscelare alla benzina quantità via via crescenti di carburanti di origine vegetale, il cosiddetto "mandato sull'etanolo", che può essere in parte soddisfatto con i Rin. L'obiettivo era utilizzare le grandi risorse agricole del Paese per attenuarne la dipendenza – che allora si riteneva inesorabilmente crescente – dall'import di greggio.
Il mondo è oggi drasticamente cambiato: secondo l'Agenzia internazionale per l'energia, gli Usa sono addirittura proiettati a scavalcare l'Arabia Saudita come primi prodottori petroliferi al mondo. Contemporaneamente, i consumi di carburanti sono diminuiti e per molti analisti potrebbero non tornare mai più ai picchi dello scorso decennio. L'Environmental Protection Agency (Epa) continua però ad aumentare il mandato per l'etanolo: quest'anno i produttori e gli importatori di benzina dovranno utilizzarne 13,8 milioni di galloni. Dato lo scarso fabbisogno di carburanti, riuscirci senza fare ampio ricorso ai Rin sarà impossibile, sostengono raffinatori e distributori, spiegando di non essere pronti a varcare il cosiddetto "blending wall", ossia a superare il limite del 10% di etanolo mescolato alla benzina: passare al 15% è considerato rischioso per gran parte dei veicoli circolanti e richiederebbe adeguamenti della rete che ancora non sono stati fatti.

L'American Petroleum Insitute invoca una riduzione del mandato: una richiesta che però è già stata respinto l'estate scorsa, quando ad avanzarla furono gli allevatori di bestiame, preoccupati da possibili carenze di mais. Nel frattempo operatori commerciali e speculatori fanno man massa di Rin (che lo stesso Governo ammette potrebbero esaurirsi l'anno prossimo). Gli analisti avvertono inoltre che le importazioni di benzina dall'Europa stanno già calando – il prezzo è troppo alto, una volta sommato quello del Rin – mentre aumenta viceversa l'incentivo a esportare, per sottrarsi agli obblighi sull'etanolo.

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