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Questo articolo è stato pubblicato il 16 marzo 2013 alle ore 08:19.

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Tempi duri per i produttori di terre rare. Molycorp, la società che ne possiede le maggiori riserve al di fuori della Cina, ha concluso il 2012 con una perdita di 450 milioni di dollari, al netto delle tasse, contro un profitto di 118 milioni nel 2011. Un risultato che dipende in gran parte dalla svalutazione per 258 milioni della Neo Materials, che aveva rilevato solo a giugno per 1,3 miliardi e che, con i suoi impianti di lavorazione delle terre rare, doveva costituire la pietra angolare del progetto di diventare l'unico produttore presente in tutta la filiera, «dalla miniera al magnete».
Per il gruppo statunitense il 2012 è stato davvero un annus horribilis. Il raggiungimento della piena produzione a Mountain Pass, in California, è slittato a metà 2013. La Sec ha avviato un'indagine sulla scarsa trasparenza delle comunicazioni della società e poco dopo il ceo Mark Smith è stato licenziato e sostituito ad interim da Constantine Karayannopoulos. Ma soprattutto il mercato sembra aver voltato le spalle a Molycorp e tutte le altre società che si erano precipitate a sviluppare miniere di terre rare, per sottrarre quote di mercato ai cinesi.
Pechino, controllando oltre il 90% delle forniture, è riuscita per qualche anno a fare il bello e il cattivo tempo sui mercati, spingendo alle stelle i prezzi di questi materiali strategici, utilizzati in innumerevoli applicazioni hi-tech. Le restrizioni all'export per un po' hanno funzionato. Ma i tempi in cui sembrava che le terre rare non dovessero mai smettere di apprezzarsi sono ormai lontani: dopo i rincari del 2010-11, che oggi molti analisti definiscono una «bolla», i prezzi sono scesi l'anno scorso del 50-70%, in alcuni casi addirittura del 90 per cento. E per le società decise ad erodere il monopolio produttivo della Cina, tra cui l'australiana Lynas, sono stati dolori. Molycorp – che nel 2012 ha venduto concentrati di terre rare a un prezzo medio di 36 $/kg, contro gli 82$ del 2011 – ha sofferto moltissimo anche in Borsa, tanto che la sua capitalizzazione è scesa sotto il valore di libro dei suoi asset: una circostanza che secondo molti analisti la rende una ghiotta preda per un eventuale takeover, da parte di un'altra mineraria o di un utilizzatore di terre rare (si fanno i nomi di case automobilistiche come Hyundai Motor e Nissan, o costruttori di pale eoliche, come Siemens).
Nel lungo termine le prospettive per il settore potrebbero migliorare e Molycorp dispone effettivamente di asset appetibili. Tuttavia, gli stessi vertici della società dubitano che la ripresa avverrà a breve. Secondo Karayannopoulos i prezzi quest'anno non si riprenderanno: «Non vedo nessun forte catalizzatore nel prossimo futuro, che smuova i prezzi in una direzione o nell'altra». Il primo semestre del 2013 rischia di essere «leggermente più debole» della seconda metà del 2012 anche in relazione ai volumi. «Non penso che vedremo un grande ritorno sul mercato, almeno finché le scorte non si esauriranno e i clienti ritroveranno abbastanza fiducia per ricominciare ad acquistare terre rare da un produttore affidabile e che offre visibilità sui prezzi».
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