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Questo articolo è stato pubblicato il 06 aprile 2013 alle ore 08:21.

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Mosca alza il tiro contro Kiev con due progetti di gasdotti che potrebbero escludere completamente l'Ucraina dal transito del metano russo, privandola di un fornitore con cui è da anni ai ferri corti ma dal quale, nonostante gli sforzi di emancipazione, dipende tuttora in modo quasi esclusivo.
Il South Stream stavolta non c'entra. Anzi. Se i piani sbandierati in questi giorni diventeranno realtà – ipotesi che a dire il vero suscita scetticismo – la maxi-pipeline che Gazprom programma di costruire con Eni, Edf e Wintershall potrebbe diventare superflua, ancor più di quanto già non appaia agli occhi di molti analisti.
La prima mossa ufficiale nella nuova strategia di attacco è stata fatta ieri a San Pietroburgo, dove il colosso russo del gas ha firmato un memorandum di intesa con la polacca EuroPolGaz per l'ampliamento del gasdotto Yamal-Europa: la conduttura, che trasporta gas dalla Siberia occidentale (e in prospettiva dalla penisola di Yamal) fino alla Germania, via Bielorussia e Polonia, ha oggi una capacità di 33 miliardi di metri cubi (Bcm) l'anno, che si vorrebbe aumentare di almeno altri 15 miliardi, con destinazione finale Ungheria e Slovacchia. Le due società promettono uno studio di fattibilità entro sei mesi, mentre l'entrata in funzione è ipotizzata per il 2019.
Un analogo memorandum, secondo il quotidiano russo Kommersant, potrebbe essere firmato lunedì ad Amsterdam con l'olandese Gasunie. In questo caso l'obiettivo di Gazprom, già esplicitato in passato, è il raddoppio della portata del North Stream, che collega Russia e Germania, con l'ambizione un giorno di estenderlo fino alla Gran Bretagna (Bp si è detta interessata). Il gasdotto sottomarino, già ampliato nel 2012, ha una capacità di 55 Bcm l'anno: così ampia da non riuscire ad essere utilizzata appieno. Ma Mosca vuole portarlo a 110 Bcm, con altre due linee da mettere in funzione tra il 2017 e il 2018. Ai Paesi interessati dal transito è stata già richiesta l'autorizzazione ad esplorare i fondali.
Con Yamal-2 e il raddoppio di North Stream verrebbe sottratto all'Ucraina il transito di ben 70 Bmc di gas l'anno: in pratica, tutto ciò oggi passa per il suo territorio. Inutile a questo punto costruire il costosissimo South Stream, pipeline da 63 Bmc, se il suo obiettivo principale è quello di bypassare l'Ucraina. Proprio ieri Paolo Scaroni, ceo Eni, fresco di un incontro con il suo omologo in Gazprom, Alexei Miller, ha comunque assicurato che «il progetto va avanti come da programma».
Quanto all'ampliamento degli altri due gasdotti, molti analisti pensano che non sarà mai fatto e che l'annuncio sia un bluff da parte di Mosca, per accrescere le pressioni su Kiev. Il Governo ucraino insiste inutilmente da anni per rinegoziare i contratti con Gazprom, che giudica troppo onerosi: una battaglia che in passato ha già portato a due interruzioni delle forniture, con ricadute anche in Italia. Nel frattempo, ha iniziato a ridurre gli acquisti dalla Russia dai 40 Bcm del 2011 a 24,9 Bcm nel 2012, con l'obiettivo di arrivare a 18-20 quest'anno, grazie a 7 Bcm di importazioni da Paesi europei, che Miller ha già bollato come «fraudolente».
Il progetto Yamal-2 in particolare ha già sollevato la dura opposizione della Polonia. La compagnia statale PGNiG, che possiede il 48% EuroPolGaz (un altro 48% è di Gazprom e il 4% di Gas Trading), ha dichiarato di non essere stata consultata per il Mou firmato ieri, che comunque «non contiene alcun obbligo vincolante». Ancora più irritata la reazione del premier polacco Donald Tusk: «Per noi il gas non è uno strumento per fare politica. Inoltre, dal punto di vista strategico, non vogliamo accrescere le forniture di gas russo».
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