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Questo articolo è stato pubblicato il 22 giugno 2013 alle ore 08:25.

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di Antonella Olivieri
Più banca meno holding: non era uno slogan prima, a maggior ragione non lo sarà adesso. Ma la svolta di Mediobanca, determinata a realizzare 2 miliardi nel triennio dalle sue partecipazioni storiche, spaventa chi ha continuato a considerare Piazzetta Cuccia più come un centro d'influenza che come la moderna banca d'affari con business diversificato nel retail e nel private banking che vuole diventare. Fuori Rcs, fuori Telecom, ridimensionata la partecipazione in Generali, Mediobanca sarà ancora in grado di dirigere il traffico nel capitalismo italiano come ai tempi del mitico fondatore?, è la domanda dei nostalgici. Sarà in grado di far rendere il capitale meglio di quanto abbia saputo fare il porto sicuro di Trieste? La risposta dell'ad Alberto Nagel – che ieri ha illustrato il piano insieme al direttore generale Saverio Vinci, e all'ad di Compass e CheBanca! Gian Luca Sichel – è coraggiosa: la promessa è moltiplicare il Roe dall'attuale 1% falcidiato dalle minusvalenze al 10-11%. Come? Semplicemente reinvestendo in capitale umano, competenze e tecnologia per rafforzare quel core business bancario, che la Borsa finora si è ostinata a non considerare. Una sfida "imprenditoriale" che proprio per questo comporta l'alea, che il mercato ieri ha prezzato con un ribasso vicino al 10%.
Libera scelta o scelta condizionata? Di fatto l'uno e l'altro. La scelta aziendale è utilizzare il tesoretto delle partecipazioni per finanziare il piano industriale, senza battere cassa agli azionisti e senza intaccare la solidità patrimoniale, con il Core tier 1 che resterà al 12%. C'è bisogno di una banca indipendente in Italia e ormai le partecipazioni erano un vincolo: in questa direzione Mediobanca ha trovato uno sprone nel suo principale azionista, UniCredit e nel suo ad Federico Ghizzoni, ma la suggestione che l'intento occulto sia quello di combinare il corporate banking dei due istituti non viene avvalorata. L'accelerazione nella svolta è però anche frutto dell'evoluzione degli eventi. Rcs ha bisogno adesso di un editore per un rilancio complicato dalla trasformazione del settore: il parlamentino del patto ha tempi e logiche che non sono più adeguati. L'attuale presidente Renato Pagliaro, qualche anno fa, aveva dichiarato che per una banca era innaturale avere il cappello di editore, subito bacchettato dall'allora presidente Cesare Geronzi, banchiere di sistema per eccellenza. «Quale banca di sistema, se non c'è un sistema?», dice oggi Nagel. Dopo l'aumento che garantisce l'ossigeno per la continuità aziendale, il compito di avviare il rilancio industriale non è cosa da finanzieri.
Telecom segue la stessa logica. L'investimento finanziario è stato sfortunato, l'industria sarà compito di un nuovo azionariato. La finestra d'opportunità per lo svincolo si apre a settembre. Generali, il primo socio italiano di Telco, con l'approdo di Mario Greco era determinata a sfruttarla. Per Mediobanca non avrebbe avuto senso restare in minoranza con Intesa ad affiancare il socio industriale-competitor Telefonica per una malposta questione di italianità.
Di patto alla fine ne resterà solo uno, quello della stessa Mediobanca. Ieri Nagel ha chiarito di non avere indicazioni che dall'accordo, a parte Fonsai per obblighi antitrust, ci sia l'intenzione di alcuno di uscire. «Dal patto abbiamo avuto solo collaborazione e supporto, con una presenza di soggetti esteri, Groupama e Bolloré, che ci ha accompagnati nel bene e nel male», ha riconosciuto Nagel. E in fondo, se Piazzetta Cuccia non sarà più lo snodo del capitalismo italiano, resterà però pur sempre l'azionista di riferimento di Generali. E questo al suo azionariato transalpino, che nel board di Trieste è rappresentato al top, potrebbe anche non spiacere.
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