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Questo articolo è stato pubblicato il 18 settembre 2013 alle ore 06:52.

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Alla fine, di patto intorno a Piazzetta Cuccia ne resterà solo uno: quello di Mediobanca. Ma il rinnovo potrebbe portare novità di non poco conto. Non solo l'uscita obbligata di FonSai, passata sotto le insegne Unipol (da ieri il patto è già sceso al 38%), ma anche quella di Generali che cementava uno storico sodalizio. «È una decisione di Generali, ma la nostra raccomandazione è che escano dal patto, perchè sarebbe la scelta più coerente con la loro politica e perchè scioglierebbe una partecipazione incrociata che non ha più senso d'essere», ha ripetuto due volte in conference call l'ad di Mediobanca, Alberto Nagel. Una "raccomandazione" di peso visto che arriva dall'azionista di maggioranza relativa, a sua volta impegnatosi in un programma a tutto campo di alleggerimento dell'esposizione all'equity.
In tre anni dovranno infatti essere cedute partecipazioni per 1,5 miliardi, buona parte verrà dalla cessione del 3% di Generali, il resto metterà in gioco potenzialmente i due terzi delle altre partecipazioni. Una intanto è arrivata al capolinea. Ed è Telco, sulla quale nell'ultimo triennio Mediobanca ha perso 553 milioni. L'ultima botta ha mandato in rosso i conti dell'esercizio appena licenziato: 320 milioni di rettifiche spesate in bilancio che sono relative all'allineamento della quota azionaria ai corsi di fine giugno (0,53 euro per azione Telecom) e alla svalutazione del prestito soci in Telco che era di 125 milioni. Ma è acqua passata. I soci italiani di Telco (oltre a Mediobanca, Generali e Intesa) hanno unità di visione: cambiare lo status quo che non è la situazione ottimale nè per gli azionisti nè per Telecom. Il che significa che, pur con diverse sfumature, quel 12% di Telecom che fa capo ai soci italiani di Telco è destinato a muoversi in modo compatto. Entro il 28 settembre, quando scade il termine per dare disdetta al patto Telco, Telefonica che è al momento l'interlocutore naturale, dovrà una risposta ai partner della holding: se cioè è interessata o meno a impegnarsi in Telecom, con una proposta che dovrà essere convincente, perchè il tempo è agli sgoccioli. In caso contrario i soci italiani di Telco svincoleranno le loro quote, liberi di dar corso alle trattative con altri interlocutori con i quali sono già stati avviati contatti. Tutte le discussioni intavolate finora portano però nella stessa direzione e cioè che la rete è il vero valore di Telecom, l'asset su cui investire e non quello da dismettere. Quel che è certo, come ha spiegato Nagel in conference call, è che da parte di Mediobanca non c'è comunque disponibilità ad aumentare l'esposizione suTelecom («siamo piuttosto venditori») e perciò, in presenza di una ricapitalizzazione, se il pacchetto di Piazzetta Cuccia non avrà ancora trovato una sistemazione lo si lascerà diluire.
Non è Telecom l'unico esempio di "condominio" che non ha funzionato e dal quale Mediobanca vuole chiamarsi fuori. Caldo sul tavolo c'è anche il dossier Rcs, con le disdette al patto rinviate a fine ottobre. Mediobanca è ancora orientata a svincolare il suo 15% anche se l'accordo evolvesse verso un semplice patto di consultazione. Questo non significa che uscirà di colpo dall'azionariato, anzi ci vorrà tempo perchè la quota è significativa, nè che si disinteresserà del dibattito sul futuro di Rcs, ma l'ottica, a tendere, è quella della dismissione. Intanto la prima fase del riassetto ha già prodotto effetti positivi, come l'aumento del flottante – per la prima volta "vero" istituzionale – che ha permesso a Mediobanca di smobilizzare un primo pacchetto dello 0,5%. Ora si tratta di far maggiore chiarezza sull'azionariato e di lasciare lavorare il management.
A parte i tempi, il "fuori tutto" non sarà comunque indiscriminato. Per esempio, sempre in conference call, Nagel ha spiegato che la quota in Sintonia sarà mantenuta in portafoglio, a differenza di quella Gemina (che ormai dopo la fusione con Atlantia costituirebbe un "doppione") che sarà invece ceduta.
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