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Questo articolo è stato pubblicato il 10 marzo 2014 alle ore 14:58.
L'ultima modifica è del 11 marzo 2014 alle ore 07:51.

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(Ap)(Ap)

Buon compleanno. Il «toro» di Wall Street festeggia in questi giorni un lustro: 5 lunghi anni di rialzi da quel 9 marzo 2009 in cui l'indice S&P aveva raggiunto la sinistra (almeno per la Cabala) quota 666 per un rally che si avvia a ricalcare quelli degli anni 90 per durata e intensità. Oggi l'indice principale di New York (e del globo) staziona ai massimi storici e può vantare un rialzo del 177% rispetto a quei momenti difficili in cui il sistema finanziario globale sembrava sull'orlo del precipizio. Il mondo si divide su questo risultato: per alcuni è la prova del successo delle banche centrali nel combattere quella che molti ormai si avviavano a definire la "crisi del secolo", superiore addirittura a quella del 1929; per altri è soltanto l'ennesima bolla che viene creata da chi in realtà dovrebbe prevenire gli eccessi, ed è pronta a scoppiare di nuovo, con effetti ancora una volta devastanti.

Un oceano di dollari

Cosa abbia propiziato questi cinque anni quasi ininterrotti di rialzi è in realtà evidente: per evitare il collasso le principali banche centrali si sono messe a «stampare moneta». Hanno cioè immesso una quantità senza precedenti di liquidità nel sistema che gli investitori hanno dirottato sui mercati (azionari in questo caso) alla ricerca di rendimenti, più che destinarle all'economia reale. La sola Federal Reserve, con i suoi tre round di «quantitative easing» ha pompato finora oltre 3.500 miliardi di dollari nel sistema, gran parte dei quali sono andati a finire nelle Apple di turno: basta provare a sovrapporre il grafico dell'S&P 500 e quello del bilancio Fed per avere un'idea del fenomeno.

Occhio ai «multipli»

Gli ottimisti sottolineano che con il suo «tapering» Washington non abbia chiuso i rubinetti, ma abbia soltanto limitato la portata del flusso: un altro modo per dire che c'è ancora spazio per crescere, dunque. Sempre chi crede che la Borsa di New York possa continuare a festeggiare compleanni sottolinea che rispetto a quello che poi ha portato allo scoppio della bolla del 2000, il rialzo attuale sia molto più equilibrato: tolta qualche scheggia impazzita nel settore biotech o nei social media gli acquisti si sono divisi stavolta in maniera più equa; le valutazioni non sono poi così fuori controllo e la crescita dei prezzi delle azioni va abbastanza di pari passo con quella degli utili. Ovvio, per dare ulteriori ragioni di investimento ai mercati è necessario che allo stimolo monetario si sostituisca progressivamente la crescita economica, ma anche sotto questo aspetto sono molti quelli che credono, dati alla mano, nella ripresa a stelle e strisce.

La corsa all'indebitamento

Chi non è proprio così ottimista non può fare a meno di notare i dati che rappresentano il rovescio della medaglia di questa sorta di «salvataggio» della finanza globale: proprio in questi giorni la Banca per i regolamenti internazionali (Bri) ha reso noto che dalla metà del 2007 a metà dello scorso anno l'ammontare di debito globale è cresciuto di addirittura il 40% raggiungendo la cifra anche difficile da immaginare di 100 trilioni di dollari (cioè 100mila miliardi). Questo semplicemente perché i governi sono dovuti correre ai ripari per scongiurare le varie crisi finanziarie che si sono palesate (mutui «subprime», Lehman Brothers, debito pubblico europeo) e per far uscire l'economia dalla stagnazione. Per farlo però hanno dovuto appunto creare una montagna di debito difficile da scalare e hanno finito per far lievitare i prezzi dei bond, riducendone al tempo stesso i rendimenti (fra corporate, sovrani e Abs sono in media al 2% contro il 4,8% del 2007 secondo gli indici Bofa Merrill Lynch) nel nome di quella che gli accademici chiamano «repressione finanziaria». «Se non è una bolla questa...», avvertono i più scettici.

C'è rally e rally...

Nel grande rimbalzo generale delle attività di investimento più a rischio vale comunque la pena di ricordare che esistono molte sfumature: detto di Wall Street, si può infatti notare che le Borse del mondo intero (misurate dall'indice Msci World) hanno messo a segno negli ultimi anni un'avanzata consistente (+125%) . In particolare il Dax 30 di Francoforte (+155%) è fra i «big» il listino che ha tentato di emulare più da vicino l'S&P 500, seguito dal Nikkei 225 di Tokyo (+113%). C'è invece chi è rimasto molto indietro, spesso per demeriti propri, a volte anche per i capricci dei flussi di investimento: l'Europa non-tedesca, ad esempio (Piazza Affari ha recuperato «soltanto» il 60%, Parigi il 72%, Madrid appena il 46%) , ma anche gli emergenti (+82%) ai quali i mercati hanno voltato le spalle da quando si è iniziato a parlare di ridurre la portata delle emissioni di liquidità. Per questi (forse) il Toro ha ancora strada da fare.

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