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Questo articolo è stato pubblicato il 24 giugno 2014 alle ore 07:20.
L'ultima modifica è del 24 giugno 2014 alle ore 07:22.

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C'era una volta il BoT delle meraviglie, quello che offriva rendimenti a due cifre, terreno preferito di caccia del piccolo risparmiatore: erano gli inizi degli anni 80 e impiegare denaro nel titolo di Stato a breve termine italiano pareva la mossa più saggia da adottare per preservare la ricchezza (anche se l'inflazione, essa stessa a doppia cifra, erodeva gran parte dei guadagni). Oggi anche senza contare l'inflazione (peraltro bassissima) si rischia addirittura di pagare lo Stato per prestargli denaro: un vero paradosso, figlio dei tassi da «prefisso telefonico» (gli economisti la chiamano «repressione finanziaria»), ma anche del trattamento fiscale certamente non benevolo nei confronti dei risparmiatore.

Trattamento agevolato?
Per la verità, nel riordino delle aliquote sulle rendite finanziarie in vigore dal prossimo primo luglio i BoT, come tutti i titoli di Stato, escono in qualche modo da privilegiati perché il prelievo sui guadagni resta del 12,5% anziché del 26% come per esempio su cedole e capital gain di azioni o delle altre obbligazioni societarie. Ma non basta, perché questa non è l'unica tassa che grava sulle attività finanziarie, c'è anche l'imposta di bollo (2 per mille annuo) che si paga sull'intero ammontare della cifra impiegata (non solo sui guadagni) e che rischia seriamente di azzerare ogni convenienza nel mettersi in tasca un BoT.

Lo strano caso del BoT a 12 mesi
Un esempio può essere efficace per illustrare la situazione che si è venuta a creare negli ultimi tempi. Prendiamo il BoT a 12 mesi collocato in asta a metà giugno, l'ultimo della serie: il rendimento lordo (minimo storico) si è attestato allo 0,492%, a questo però occorre sottrarre l'aliquota fiscale (12,5% appunto), ma anche le commissioni di acquisto che in asta sono fissate a 30 centesimi. I calcoli di Assiom Forex chiariscono che il rendimento netto si riduce quindi allo 0,139%, comprando 10mila euro di BoT si guadagnerebbero quindi in un anno ben 13,9 euro. Peccato però che ci sia anche da considerare il prelievo sul conto titoli (dove finisco i BoT), che vale lo 0,2%: sempre considerando 10mila euro, in un anno si pagano 20 euro, cioè più di quanto si è guadagnato. Sembra incredibile, ma è così. E altrettanto si può dire a maggior ragione per i BoT a scadenza più ravvicinata.

La repressione finanziaria
Il paradosso, si diceva, è figlio di uno schema di tassazione piuttosto macchinoso e sotto certo aspetti penalizzante per i piccoli risparmiatori (il prelievo sul conto titoli, una vera e propria «mini-patrimoniale» ha pochi altri esempi all'estero), ma anche della riduzione generalizzata del livello dei tassi. Quest'ultimo fenomeno, indotto ad arte dalle banche centrali con le loro politiche monetarie ultra-espansive in tutto il mondo, è noto appunto come «repressione finanziaria»: l'eccesso di liquidità presente sui mercati tiene artificiosamente bassi i tassi del debito pubblico. Lo Stato quindi risparmia, ma chi presta denaro (e quindi anche il risparmiatore) riceve per questo servizio una remunerazione molto limitata e a volte anche negativa: in pratica è un trasferimento di ricchezza mascherato, un vero e proprio costo occulto.

Un parcheggio un po' caro
Resta da capire chi in realtà stia comprando BoT di questi tempi. In generale le statistiche del Tesoro indicano attorno al 10% la quota di debito pubblico detenuta dalle famiglie italiane, ma per i titoli a breve termine la cifra potrebbe essere anche inferiore perché, come sostengono gli analisti, lo strumento è ormai utilizzato quasi esclusivamente dalle tesorerie delle banche e dai fondi per la gestione della liquidità spicciola. Qualcuno però nel cassetto potrebbe ancora custodire (e rinnovare a ogni scadenza) questo genere di titoli. Chissà se è cosciente di pagare lo Stato per questo parcheggio?

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